LA SVOLTA NECESSARIA
By Agostino Sperandeo | aprile 28th, 2011 | Category: Uncategorized | No Comments »
Lord Palmerston, protagonista indiscusso della politica estera britannica del XIX secolo, sia da Primo Ministro che da Segretario del Foreign Office, chiarì il senso del suo approccio interventista affermando che le grandi nazioni non hanno amici permanenti ma soltanto interessi permanenti. Con quell’espressione, rimasta celebre, il visconte di Palmerston sciorinava uno dei capisaldi della realpolitik, un modo di gestire gli affari esteri che ancora oggi sembra essere di gran moda.
A guardare il recente cambio di strategia attuato dall’Italia nella guerra libica, ad esempio, si direbbe che la scuola realista vanti un discreto numero di seguaci anche a Roma. Anche se alcuni continuano a criticare la sterzata del governo italiano, definendola impropriamente e semplicisticamente come un voltafaccia nei confronti del regime del Col. Gheddafi, essa si è rivelata nella sostanza una svolta necessaria, imposta non soltanto da considerazioni di carattere strategico ma anche dagli obblighi derivanti dalla membership NATO.
La decisione di partecipare attivamente ai raid aerei condotti dall’Alleanza Atlantica (operazione Unified Protector) contro le forze governative libiche è stata resa pubblica dal premier Silvio Berlusconi lo scorso 25 aprile, dopo un intenso scambio della diplomazia italiana con la controparte statunitense, iniziato venerdì con la visita del democratico John Kerry (chairman della Commissione Affari Esteri del Senato) e terminato lunedì con una lunga telefonata intercorsa tra Obama e Berlusconi. Secondo le notizie più recenti, Roma invierà altri 12 velivoli oltre ai 4 Tornado e ai 4 F16 già impiegati nelle operazioni alleate con compiti di copertura aerea. Tra i nuovi aerei, gli Eurofighter e gli AMX “Ghibli”, entrambi equipaggiabili con missili HARM a guida laser e anti-radiazione per la neutralizzazione della contraerea nemica (compito in cui i piloti dell’aeronautica italiana sono specializzati), e forse gli Harrier AV-8B a decollo verticale. Meno probabile l’utilizzo di Predator, visto l’annuncio di Washington di inviare 5 dei suoi UAV (unmanned aerial vehicle).
In realtà , i segnali che preannunciavano il cambiamento della strategia italiana si erano susseguiti per tutto il mese di aprile e forse la telefonata di Obama, sia pur di un certo peso – come sempre è il confronto con qualsiasi amministrazione americana – non è stata poi così determinante.
La prima mossa italiana potrebbe essere stata la visita a Bengasi dell’ad di ENI Paolo Scaroni (non nuoce ricordare gli enormi interessi del gigante energetico in Libia). Subito dopo, il 4 aprile, il governo italiano – terzo in Europa dopo Francia e Gran Bretagna – riconosceva il Consiglio di Transizione Nazionale di Bengasi, l’organo politico dei ribelli antigovernativi guidato da Mustafà Abdel Jalil. In seguito, il Ministro degli Esteri Frattini iniziava a vagliare la possibilità di inviare assistenza ai ribelli tramite la fornitura di “sistemi di armamento non letali”. Tale formula si è tradotta nell’invio in Cirenaica di alcuni advisor militari, una misura molto più efficace di quanto si possa credere. Nel frattempo, il 19 aprile, Frattini riceveva Jalil. Nella conferenza stampa, al termine dell’incontro, il Ministro italiano riconosceva il Consiglio di Transizione di Bengasi come rappresentante del popolo libico e unico interlocutore di Roma. Dal canto suo, Jalil prometteva di mantenere vivi tutti gli impegni internazionali sottoscritti dalla Libia e chiedeva allo stesso tempo un impegno maggiore – anche da parte italiana – per sconfiggere Gheddafi. Nel corso della stessa conferenza stampa, Frattini annunciava che proprio a Roma, il prossimo 5 maggio, si sarebbe tenuta la riunione del gruppo di contatto comprendente i rappresentanti di tutti i paesi impegnati nella missione. Il messaggio era chiaro e i giochi praticamente fatti.
Stando così le cose, la telefonata di Obama assume un altro valore, non un dictat ma una semplice verifica dell’impegno dell’alleato. Perchè il punto è proprio questo: l’Italia fa parte di un alleanza, quella atlantica, sin dal 1955 ed ogni volta, presto o tardi, ha mantenuto fede agli obblighi sottoscritti. Non era dunque realistico immaginare una defezione italiana. Il Segretario Generale della NATO, il danese Anders Fogh Rasmussen, aveva iniziato a chiedere a Roma un maggior coinvolgimento in occasione del Consiglio Atlantico tenutosi a Berlino lo scorso 14 aprile. Tra l’altro, proprio il governo italiano aveva chiesto, ed ottenuto, che il comando delle operazioni militari passasse dagli Stati Uniti alla NATO, riuscendo così a frenare l’eccessivo protagonismo franco-inglese. Dopo il passaggio di consegne, avvenuto il 30 marzo, un numero consistente di aerei americani (che fino a quel momento avevano sostenuto lo sforzo maggiore) è stato richiamato e le forze alleate sono state ridimensionate. A più di un mese dalla Ris. 1973 dell’ONU, Gheddafi non è ancora stato sconfitto e l’intervento alleato è riuscito solo ad evitare che i ribelli non venissero sconfitti. Nella guerra libica, due fronti di battaglia sembrano essersi assestati: Ajdabija ad est e Misurata ad ovest. É probabile che la capacità di resistenza dei ribelli diminuisca concretamente a fronte di un eccessivo prolungamento dei combattimenti e, in quest’ottica, lo sforzo della NATO potrebbe essere vanificato. Ecco perchè prima Rasmussen e poi Obama (oltre che evidentemente il duo Sarkozy-Cameron) hanno cominciato a chiedere una maggiore partecipazione dell’Italia, il cui contributo può diventare decisivo rispetto agli esiti della missione.
Va solo accennato che la decisione del governo è stata pienamente condivisa dal Presidente della Repubblica Napolitano, che ha definito l’utilizzo offensivo dei caccia italiani in Libia “una naturale evoluzione dell’impegno già assunto in sede NATO e rientrante nella linea adottata dal Consiglio Supremo delle Forze Armate” da lui stesso presieduto. Non vi sarebbe, a detta di Napolitano, neanche la necessità di sottoporre l’operato del governo al giudizio delle Camere, poiché un simile provvedimento rientrerebbe nel mandato già concesso dal Parlamento.
La svolta necessaria di Roma, allora, sembra essere arrivata nel momento in cui le richieste da parte alleata si erano fatte più pressanti ma non prima che la diplomazia italiana avesse provveduto ad allacciare i legami politici con quello che con molta probabilità sarà l’establishment libico del dopo-Gheddafi e, allo stesso tempo, si fossero poste adeguate garanzie alla tutela degli interessi economici delle aziende italiane in Libia.
Non può però passare inosservata la scarsa rapidità con cui l’Italia ha abbandonato la sua iniziale cautela, non giustificabile dall’importanza dei legami economici e politici che intercorrevano col regime di Tripoli. Anzi, proprio in ragione degli stessi, l’intervento italiano avrebbe dovuto dispiegarsi più rapidamente, dato che in politica estera la prudenza può essere molto nociva. Già una volta, un ministro francese e un altro inglese (di nome facevano Sykes e Picot) si erano accordati all’insaputa dell’alleato italiano per spartire il Medio Oriente in zone d’influenza al termine della I Guerra Mondiale. Quella volta Boselli e Sonnino corsero ai ripari a San Giovanni di Moriana, limitando in parte le conseguenze dell’intesa franco-inglese. Berlusconi e Frattini faranno lo stesso con Sarkozy e Cameron?
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