L’ITALIA E LA CRISI LIBICA
By Tommaso Martelli | marzo 22nd, 2011 | Category: Politica | No Comments »
Dopo una prima fase della crisi libica in cui apparivano evidenti due fatti, ovvero la mancanza decisionale e di intervento degli Stati Uniti e la cronica assenza di un’azione comune proveniente dall’Unione Europea – ancora desolatamente divisa nella sua politica estera – a seguito della risoluzione 1973 dell’ONU il quadro sembra essere rapidamente mutato.
La Francia ha preso le redini della situazione, cercando ed ottenendo la leadership dell’intervento alleato volto all’imposizione di una no-fly zone sui cieli della Libia. Ai francesi si sono prontamente accodati Gran Bretagna e Stati Uniti.
L’Italia ha mancato una buona occasione per recuperare la sua posizione tra le nazioni che contano nella comunità internazionale. Difatti, la Libia, oltre ad essere un ex territorio coloniale italiano (il che dovrebbe comportare almeno una conoscenza più approfondita della sua storia e della sua popolazione), è lo stato che fino a pochi mesi fa sembrava essere uno dei più fidati alleati di Roma nel mondo arabo (e non solo). Inoltre, il potenziale flusso migratorio che potrebbe interessare il territorio italiano a seguito degli sconvolgimenti che stanno avendo luogo nel Maghreb, avrebbe dovuto spingere l’Italia a ricercare un ruolo di primo piano nella vicenda. Se aggiungiamo, infine, il ruolo strategico che da sempre attiene all’Italia nel teatro del Mediterraneo, la conduzione di ogni tipo di trattativa diplomatica o di operazione militare sarebbe dovuta senza alcun dubbio finire nelle mani del governo italiano.
E invece, ancora una volta l’Italia, si è ridotta (o è stata ridotta) a paese secondario, anche in una situazione così emblematica come quella libica. Sono state offerte basi militari, territorio e supporto logistico al servizio della Francia, degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Deve essere chiaro che siamo tutti dalla stessa parte, quindi ben venga qualsiasi tipo di appoggio ai nostri alleati senza perderci in chiacchiere e futili discussioni sul controllo delle operazioni a fase già avviata. Ma l’occasione persa è grande. Forse con un comando a guida italiana le operazioni si sarebbero svolte in modo diverso, più diplomatico e forse più umanitario.
È proprio questo un altro punto su cui occorrerebbe fare una riflessione. Il problema non è l’intervento umanitario in sé, ma le modalità che lo contraddistinguono operativamente sul campo. Bene quindi la risoluzione dell’ONU e la decisione di intervenire, almeno per creare continuità nel diritto internazionale e ribadire una prassi, secondo la quale ogni volta che ci sarà un rischio di oppressione per le popolazioni sarà compito della comunità internazionale intervenire, anche militarmente. Ma come fare a porre un limite ad un intervento umanitario? Si possono avere chiari gli obiettivi da attaccare e distruggere? 110 missili lanciati in una notte rientrano nella concezione di intervento umanitario o sono invece da considerarsi un intervento armato che va oltre alla tipologia per cui è stato messo in piedi? Sono domande che difficilmente troveranno una risposta ma che bisognerà considerare e valutare attentamente. Una risposta chiara, in merito, è venuta dalla Lega Araba: dopo la riunione di Parigi con l’UE in cui era stato dato l’avallo per la missione in Libia, la stessa organizzazione ha criticato l’intervento alleato, considerandolo non più in linea con gli obiettivi precedentemente concordati.
In questo senso, i migliori propositi degli stati promotori dell’intervento (Francia in testa, seguita da Gran Bretagna e Stati Uniti) potrebbero essere fraintesi, in un momento storico in cui è assolutamente da evitare ogni tipo di soluzione che possa anche solo far immaginare un’ipotesi del genere. Ci si potrebbe legittimamente domandare se l’intervento così caldeggiato e voluto dalla Francia non serva per motivi di realpolitik interna (in vista delle future elezioni) o esterna (per riportare la Francia ad un ruolo di leader nella diplomazia mondiale). O se gli Stati Uniti non abbiano abilmente colto l’occasione di intervenire per ribadire la loro presenza nei teatri di crisi internazionali con le loro forze armate e lanciare il segnale al mondo, stavolta meno esplicito, ma che alla fine ha sempre lo stesso valore (gli Stati Uniti sono sempre presenti) e di fatto compiuto un obiettivo che si prefiggevano sin dai tempi della presidenza G. Bush.
Bisognerebbe infine domandarsi chi sono i ribelli che si celano dietro al fronte rivoluzionario. Ben pochi elementi sono emersi a riguardo e la loro provenienza potrebbe essere delle più svariate, compresa quella – fortunatamente fino ad oggi smentita – che li potrebbe vedere coinvolti con i movimenti fondamentalisti. L’auspicio è che tale movimento, insieme a quelli nati in Egitto, Tunisia e in altri paesi arabi, sia nato spontaneamente e sia figlio semplicemente di una situazione giunta ormai al limite e che sia in Egitto che in Libia, con due regimi (sebbene di diversa natura) che duravano da moltissimi anni, i giovani arabi si siano resi conto della deprimente condizione in cui versano. Tuttavia la certezza per ora non c’è e la situazione sul fronte ribelli appare ancora poco chiara.
Realisticamente bisogna stare molto attenti e prepararsi al dopo: sarebbe stupido pensare che con la fine dei regimi si arrivi alla democrazia e ad una situazione di stabilità duratura. Non va dimenticato che la strada del fondamentalismo islamico è ancora una minaccia preoccupante in quest’area e il vuoto di potere che si verrebbe a creare diventerebbe un terreno fecondo per coltivare e allargare il bacino dell’integralismo. In Egitto, ad esempio, il movimento dei Fratelli Musulmani vanta moltissime ramificazioni e include al suo interno anime molto diverse, alcune delle quali hanno contatti con AQIM (al-Qaeda nel Maghreb Islamico). La Libia, invece, è una nazione tribale, formata da fazioni che per anni sono state in lotta fra loro. Una lotta che potrebbe riaprirsi e portare questa o quella tribù a favorire l’entrata e lo stanziamento di frange integraliste: tutto questo ora non più alle porte dell’Asia, come in Afghanistan, ma a 50 minuti di volo da Roma.
t.martelli@altreterre.net


