ROTTA SCONOSCIUTA
By Paolo Guidone | gennaio 31st, 2011 | Category: Confronti | No Comments »
Il recente dramma dei 250 profughi ostaggio di trafficanti di esseri umani nel deserto del Sinai ha finalmente riacceso la luce su una questione molto importante che vede l’Europa direttamente responsabile.
E’ infatti documentato che da alcuni anni le vie dell’immigrazione clandestina verso l’ Europa si sono spostate su altre rotte: dal passaggio privilegiato di Gibilterra e Canale di Sicilia ora muovono principalmente lungo la costa settentrionale dell’Africa avendo come meta principale Israele. Il problema è che la tratta nord africana è molto più lunga, complessa ed insidiosa di quella, già dura, del mar Mediterraneo.
Ed è proprio in questo nuovo circuito della disperazione che 250 profughi eritrei sono rimasti imprigionati in quello che sembra un inferno senza fine. Dalle testimonianze dirette raccolte da padre Moses Zeraie, direttore dell’agenzia eritrea Habeshia, e pubblicate dalla ONG EveryOne, infatti, risulta che già 100 persone sono sparite senza lasciare tracce e che almeno 8 dei sequestrati siano stati uccisi davanti agli occhi terrorizzati dei superstiti. Stupri e violenze di ogni genere vengono reiterati più volte al giorno e scarsissime razioni di cibo ed acqua sono fornite solo ogni 2 giorni. Tutti i superstiti sono incatenati tra loro, all’interno di container semi sepolti nel deserto egiziano al confine con Israele, e tra loro ci sono 3 donne incinte ed alcuni bambini. Secondo le testimonianze raccolte da EveryOne e da alcune fonti istituzionali internazionali, sembra confermato che molti di quei 100 desaparecidos siano già stati avviati all’abominevole traffico di organi umani, presso alcune cliniche clandestine egiziane. La disperata supplica di aiuto di queste 250 persone è riuscita ad arrivare in Europa attraverso i telefoni satellitari dei sequestratori che permettono loro di contattare parenti ricchi o chiunque possa pagare per loro: il riscatto per ogni prigioniero è di 8 mila dollari; in caso contrario, è morte certa. I numeri di telefono dei sequestratori sono noti così come la loro localizzazione ma nessuno si muove.
La comunità internazionale e l’Unione Europea hanno immediatamente ufficializzato il loro sdegno per l’accaduto, ma per il momento non si riesce ad andare oltre una formale condanna e una timida richiesta di liberazione degli ostaggi. Il motivo è che questa vicenda fa parte di un fenomeno molto più ampio e drammatico che nasce proprio dalle ultime azioni di contrasto all’immigrazione clandestina da parte dell’Europa. Dopo la chiusura – quasi ermetica – delle frontiere europee meridionali, infatti, si sono immediatamente aperti percorsi migratori alternativi che puntano ora verso Israele affidandosi a nuove organizzazioni di trafficanti particolarmente spietate. “La chiusura di una rotta comporta l’immediata apertura di un’altra, con conseguente aumento dei costi e dei profitti” ha detto l’Alto Rappresentante UNHCR Laura Boldrini. Ad oggi risulterebbero complessivamente nelle mani dei trafficanti di esseri umani del Sahara oltre 2.000 persone per la maggior parte provenienti dal Corno d’Africa e dunque in diritto di richiedere lo status di rifugiati.
La chiusura delle frontiere dell’Europa con accordi bilaterali non ha dunque offerto alternative ai richiedenti asilo del Corno d’Africa se non quella di mettersi nelle mani di trafficanti senza scrupoli. Il traffico sarebbe gestito da bande criminali, capeggiate in gran parte dal palestinese Abu Khaled, già noto alle autorità egiziane. Questi predoni sono equipaggiati con armi pesanti sofisticate e telefoni satellitari e, grazie agli ingenti profitti incamerati col crescente traffico di esseri umani, comprano impunità e protezione politica. Accanto a questi gruppi operativi ci sono poi i cosiddetti runners, coloro cioè che aiutano i disperati in cerca di asilo politico, o più semplicemente di una vita migliore, ad attraversare il tratto finale nei tunnel clandestini che collegano Rafah a Gaza. Il traffico nord africano di esseri umani attualmente poggia infatti su due capolinea assai validi: da un lato la Libia che, dopo averli arrestati, abbandona quotidianamente i migranti nel Sahara, e dall’altro Hamas che, da Gaza, fornisce una buona base di riferimento per i campi di appoggio nel Sinai.
La complessità organizzativa e la grande disponibilità di armi e contatti politici dei trafficanti rende molto difficile l’intervento delle autorità egiziane competenti per quell’area. Essendo attualmente in vigore un trattato che impegna Egitto ed Israele a non avvicinare al confine armi pesanti e truppe scelte. Così gli unici che potrebbero intervenire sarebbero semplici poliziotti egiziani armati di pistola d’ordinanza e giubbetto antiproiettile: un sicuro suicidio. Certamente i due stati si guarderanno bene dal violare il trattato, rischiando dar vita a possibili surriscaldamenti delle loro frontiere con iniziative di contrasto al traffico di esseri umani. I predoni lo sanno bene, ed è per questo che sono soliti nascondere proprio in quella zona le loro vittime. Anche nel caso, del tutto ipotetico, in cui i profughi riuscissero a liberarsi autonomamente, sarebbero poi senz’altro arrestati dalla polizia per immigrazione clandestina e costretti nelle terrificanti carceri egiziane prima di essere rimpatriati.
Qualora invece il viaggio arrivi al capolinea, una volta entrati in Israele inoltre, i profughi continuano a correre il rischio di essere (ri)espulsi in territorio egiziano o di essere rimpatriati. Per i pochi fortunati che ottengono l’avvio delle procedure di asilo ci sono lunghissime attese nei centri-carcere di identificazione. Ad aggravare ulteriormente la situazione è che spesso molti di questi profughi sono stati precedentemente respinti dall’Europa stessa: nell’ultima vicenda, ad esempio, almeno 30 eritrei dei 250 sequestrati infatti, sembrano essere gli stessi liberati dal carcere-lager libico di Brak dopo un respingimento in mare ad opera delle motovedette italiane che non permisero alcuna forma di accoglienza e di indagine sulle richieste di protezione. Se questa notizia fosse confermata le responsabilità di Roma sarebbero pesantissime, in quanto, oltre ad aver permesso il perpetuarsi di indicibili sofferenze a quelle persone, ha negato la richiesta di asilo politico, un diritto fondamentale per coloro che provengono da uno stato in guerra.
Quest’ultima tragica vicenda è soltanto l’ultimo episodio di un fenomeno molto vasto e purtroppo poco conosciuto. Basti pensare che i migranti provenienti dall’Africa sono soltanto una parte di quelli che ogni anno scelgono l’Europa per sfuggire alla guerra o alle basse aspettative di vita dei loro paesi d’origine. Tra questi, inoltre, quelli che entrano illegalmente nei paesi UE – attraverso le famose “carrette del mare” o dopo durissimi viaggi simili a quelli dei 250 eritrei – sono una piccola minoranza. Secondo le statistiche ufficiali dei Ministeri dell’Interno italiano e spagnolo, infatti, circa l’80% dei clandestini arriva inizialmente con valido visto d’ingresso turistico o d’affari, spesso addirittura in aereo, per poi “sparire” alla scadenza del documento. Questo la dice lunga sull’utilizzo propagandistico della cosiddetta “lotta all’immigrazione” da parte di alcune formazioni politiche ma, soprattutto, fa luce sul pesante deficit d’informazione riguardante l’ambito dei diritti umani.
p.guidone@altreterre.net


