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IL RIEMERGERE DELLE TENSIONI SETTARIE IN IRAQ

Posted By Agostino Sperandeo On 28 febbraio 2012 @ 11:32 am In Uncategorized | No Comments

Crescono le preoccupazioni riguardo alla sicurezza in Iraq all’indomani della partenza delle truppe statunitensi. Dopo l’ennesimo attentato, compiuto giovedì  a Baghdad,  le tensioni settarie tornano al centro del dibattito iracheno e rischiano di compromettere non soltanto la tenuta politica del paese ma la sicurezza dell’intera area, già messa a dura prova dall’aggravarsi della crisi siriana e dal rinnovato attivismo di AQI, il braccio iracheno di al-Qaeda.

L’attentato di Baghdad del 23 febbraio è solo l’ultimo di una lunga serie che ha colpito l’Iraq negli ultimi due mesi. Ad inaugurare il bagno di sangue, il 22 dicembre scorso, sempre nella capitale, un’esplosione che ha causato 70 morti e più di 200 feriti. Il 5 gennaio, alcuni attacchi avvenuti in sequenza tra Nassiriya e Baghdad hanno lasciato sul terreno 70 vittime. Gravissimi anche i bilanci delle esplosioni del 14 gennaio a Ramadi (a 100 km da Baghdad) e del 16 gennaio a Bartala, nel Kurdistan iracheno, dove l’attacco è stato indirizzato alla locale comunità shabak (setta religiosa che unisce elementi della tradizione sciita e della cultura autoctona).

Il coinvolgimento del braccio iracheno di al-Qaeda, comandato da al-Zawahiri, è stato rivendicato attraverso due video-messaggi, il primo in occasione degli attentati del 22 dicembre e il secondo proprio giovedì scorso. In quest’ultimo, è esplicitamente dichiarato che lo Stato Islamico dell’Iraq sta colpendo le forze di sicurezza e il governo sciita in risposta all’eliminazione e alla campagna di tortura che i sunniti stanno subendo a Baghdad e nelle altre prigioni del paese (dall’inizio dell’anno, sono state 68 le condanne a morte e centinaia gli arresti ordinati dal premier al-Maliki contro politici sunniti, ex baahtisti o in qualche modo ricollegabili all’era di Saddam).

Visto l’intensificarsi degli episodi, in molti hanno cominciato a nutrire seri dubbi riguardo alla capacità dell’attuale governo di garantire la sicurezza nel paese ma la questione etnica irachena, in realtà, non è mai stata sopita. La situazione infatti non sembrava molto diversa durante l’occupazione militare statunitense: tra il 2005 e il 2007 le violenze settarie ed etniche rischiarono di precipitare l’Iraq in una vera e propria guerra civile. Tuttavia, dopo il 18 dicembre – giorno in cui gli ultimi 4000 soldati USA hanno lasciato il paese, la situazione è rapidamente degenerata. É logico che l’apprensione nasca proprio dalla partenza delle truppe statunitensi, che  fino allo scorso dicembre si ponevano come elemento di stabilizzazione volto anche a mitigare le spinte e le rivalità etniche.

In questo senso, va sottolineata la contestuale crisi politica esplosa il giorno seguente alla partenza dei soldati americani e causata da un mandato di arresto a carico del vicepresidente iracheno e leader sunnita, Tariq al-Hashemi. Il premier sciita, Nouri al-Maliki, ha accusato al-Hashemi di aver guidato una squadra di sicari colpevole di attentati ed omicidi contro vari esponenti governativi. Al-Hashemi ha rispedito le accuse al mittente e ha trovato rifugio nella regione settentrionale del Kurdistan, dove il governo centrale non ha autorità. Ad accoglierlo il presidente della repubblica Jalil Talabani, il più autorevole dei politici kurdi. Si è invece schierato contro al-Hashemi e a sostegno di al-Maliki, il presidente del governo regionale kurdo Massoud Barzani. Il coinvolgimento del presidente Talabani è forse l’elemento più critico della vicenda e rischia di trasformare la crisi politica in empasse istituzionale. Il premier al-Maliki, sicuramente poco incline al rispetto delle gerarchie costituzionali, non ha esitato a fomentare gli sciiti del sud sostenendo le proteste della scorsa settimana contro Talabani, accusato di sottrarre al-Hashemi alla giustizia e di offrirgli rifugio in Kurdistan.

La struttura costituzionale irachena è ancora troppo fragile per reggere il colpo che deriverebbe dall’aggravarsi della crisi e, in quel caso, la destabilizzazione del paese sarebbe fulminea. Non nuoce ricordare, infine,  gli altri elementi  – di carattere regionale – suscettibili di aggravare il quadro iracheno: l’influenza che Teheran tenta da sempre di esercitare su Baghdad e gli imprevedibili risvolti della crisi siriana.

@ago_sperandeo

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LA SVOLTA NECESSARIA

Posted By Agostino Sperandeo On 28 aprile 2011 @ 10:01 pm In Politica | No Comments

libia_homeLord Palmerston, protagonista indiscusso della politica estera britannica del XIX secolo, sia da Primo Ministro che da Segretario del Foreign Office, chiarì il senso del suo approccio interventista affermando che le grandi nazioni non hanno amici permanenti ma soltanto interessi permanenti. Con quell’espressione, rimasta celebre, il visconte di Palmerston sciorinava uno dei capisaldi della realpolitik, un modo di gestire gli affari esteri che ancora oggi sembra essere di gran moda.

A guardare il recente cambio di strategia attuato dall’Italia nella guerra libica, ad esempio, si direbbe che la scuola realista vanti un discreto numero di seguaci anche a Roma. Anche se alcuni continuano a criticare la sterzata del governo italiano, definendola impropriamente e semplicisticamente come un voltafaccia nei confronti del regime del Col. Gheddafi, essa si è rivelata nella sostanza una svolta necessaria, imposta non soltanto da considerazioni di carattere strategico ma anche dagli obblighi derivanti dalla membership NATO.

La decisione di partecipare attivamente ai raid aerei condotti dall’Alleanza Atlantica (operazione Unified Protector) contro le forze governative libiche è stata resa pubblica dal premier Silvio Berlusconi lo scorso 25 aprile, dopo un intenso scambio della diplomazia italiana con la controparte statunitense, iniziato venerdì con la visita del democratico John Kerry (chairman della Commissione Affari Esteri del Senato) e terminato lunedì con una lunga telefonata intercorsa tra Obama e Berlusconi. Secondo le notizie più recenti, Roma invierà altri 12 velivoli oltre ai 4 Tornado e ai 4 F16 già impiegati nelle operazioni alleate con compiti di copertura aerea. Tra i nuovi aerei, gli Eurofighter e gli AMX “Ghibli”, entrambi equipaggiabili con missili HARM a guida laser e anti-radiazione per la neutralizzazione della contraerea nemica (compito in cui i piloti dell’aeronautica italiana sono specializzati), e forse gli Harrier AV-8B a decollo verticale. Meno probabile l’utilizzo di Predator, visto l’annuncio di Washington di inviare 5 dei suoi UAV (unmanned aerial vehicle).

In realtà, i segnali che preannunciavano il cambiamento della strategia italiana si erano susseguiti per tutto il mese di aprile e forse la telefonata di Obama, sia pur di un certo peso – come sempre è il confronto con qualsiasi amministrazione americana – non è stata poi così determinante.

La prima mossa italiana potrebbe essere stata la visita a Bengasi dell’ad di ENI Paolo Scaroni (non nuoce ricordare gli enormi interessi del gigante energetico in Libia). Subito dopo, il 4 aprile, il governo italiano – terzo in Europa dopo Francia e Gran Bretagna – riconosceva il Consiglio di Transizione Nazionale di Bengasi, l’organo politico dei ribelli antigovernativi guidato da Mustafà Abdel Jalil. In seguito, il Ministro degli Esteri Frattini iniziava a vagliare la possibilità di inviare assistenza ai ribelli tramite la fornitura di “sistemi di armamento non letali”. Tale formula si è tradotta nell’invio in Cirenaica di alcuni advisor militari, una misura molto più efficace di quanto si possa credere. Nel frattempo, il 19 aprile, Frattini riceveva Jalil. Nella conferenza stampa, al termine dell’incontro, il Ministro italiano riconosceva il Consiglio di Transizione di Bengasi come rappresentante del popolo libico e unico interlocutore di Roma. Dal canto suo, Jalil prometteva di mantenere vivi tutti gli impegni internazionali sottoscritti dalla Libia e chiedeva allo stesso tempo un impegno maggiore – anche da parte italiana – per sconfiggere Gheddafi. Nel corso della stessa conferenza stampa, Frattini annunciava che proprio a Roma, il prossimo 5 maggio, si sarebbe tenuta la riunione del gruppo di contatto comprendente i rappresentanti di tutti i paesi impegnati nella missione. Il messaggio era chiaro e i giochi praticamente fatti.

eurofighter typhoonStando così le cose, la telefonata di Obama assume un altro valore, non un dictat ma una semplice verifica dell’impegno dell’alleato. Perchè il punto è proprio questo: l’Italia fa parte di un alleanza, quella atlantica, sin dal 1955 ed ogni volta, presto o tardi, ha mantenuto fede agli obblighi sottoscritti. Non era dunque realistico immaginare una defezione italiana. Il Segretario Generale della NATO, il danese Anders Fogh Rasmussen, aveva iniziato a chiedere a Roma un maggior coinvolgimento in occasione del Consiglio Atlantico tenutosi a Berlino lo scorso 14 aprile. Tra l’altro, proprio il governo italiano aveva chiesto, ed ottenuto, che il comando delle operazioni militari passasse dagli Stati Uniti alla NATO, riuscendo così a frenare l’eccessivo protagonismo franco-inglese. Dopo il passaggio di consegne, avvenuto il 30 marzo, un numero consistente di aerei americani (che fino a quel momento avevano sostenuto lo sforzo maggiore) è stato richiamato e le forze alleate sono state ridimensionate. A più di un mese dalla Ris. 1973 dell’ONU, Gheddafi non è ancora stato sconfitto e l’intervento alleato è riuscito solo ad evitare che i ribelli non venissero sconfitti. Nella guerra libica, due fronti di battaglia sembrano essersi assestati: Ajdabija ad est e Misurata ad ovest. É probabile che la capacità di resistenza dei ribelli diminuisca concretamente a fronte di un eccessivo prolungamento dei combattimenti e, in quest’ottica, lo sforzo della NATO potrebbe essere vanificato. Ecco perchè prima Rasmussen e poi Obama (oltre che evidentemente il duo Sarkozy-Cameron) hanno cominciato a chiedere una maggiore partecipazione dell’Italia, il cui contributo può diventare decisivo rispetto agli esiti della missione.

Va solo accennato che la decisione del governo è stata pienamente condivisa dal Presidente della Repubblica Napolitano, che ha definito l’utilizzo offensivo dei caccia italiani in Libia “una naturale evoluzione dell’impegno già assunto in sede NATO e rientrante nella linea adottata dal Consiglio Supremo delle Forze Armate” da lui stesso presieduto. Non vi sarebbe, a detta di Napolitano, neanche la necessità di sottoporre l’operato del governo al giudizio delle Camere, poiché un simile provvedimento rientrerebbe nel mandato già concesso dal Parlamento.

La svolta necessaria di Roma, allora, sembra essere arrivata nel momento in cui le richieste da parte alleata si erano fatte più pressanti ma non prima che la diplomazia italiana avesse provveduto ad allacciare i legami politici con quello che con molta probabilità sarà l’establishment libico del dopo-Gheddafi e, allo stesso tempo, si fossero poste adeguate garanzie alla tutela degli interessi economici delle aziende italiane in Libia.

Non può però passare inosservata la scarsa rapidità con cui l’Italia ha abbandonato la sua iniziale cautela, non giustificabile dall’importanza dei legami economici e politici che intercorrevano col regime di Tripoli. Anzi, proprio in ragione degli stessi, l’intervento italiano avrebbe dovuto dispiegarsi più rapidamente, dato che in politica estera la prudenza può essere molto nociva. Già una volta, un ministro francese e un altro inglese (di nome facevano Sykes e Picot) si erano accordati all’insaputa dell’alleato italiano per spartire il Medio Oriente in zone d’influenza al termine della I Guerra Mondiale. Quella volta Boselli e Sonnino corsero ai ripari a San Giovanni di Moriana, limitando in parte le conseguenze dell’intesa franco-inglese. Berlusconi e Frattini faranno lo stesso con Sarkozy e Cameron?

a.sperandeo@altreterre.net

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L’ITALIA E LA CRISI LIBICA

Posted By Tommaso Martelli On 22 marzo 2011 @ 4:55 pm In Politica | No Comments

kozyrev_libya_0310_01Dopo una prima fase della crisi libica in cui apparivano evidenti due fatti, ovvero la mancanza decisionale e di intervento degli Stati Uniti e la cronica assenza di un’azione comune proveniente dall’Unione Europea – ancora desolatamente divisa nella sua politica estera – a seguito della risoluzione 1973 dell’ONU il quadro sembra essere rapidamente mutato.

La Francia ha preso le redini della situazione, cercando ed ottenendo la leadership dell’intervento alleato volto all’imposizione di una no-fly zone sui cieli della Libia. Ai francesi si sono prontamente accodati Gran Bretagna e Stati Uniti.

L’Italia ha mancato una buona occasione per recuperare la sua posizione tra le nazioni che contano nella comunità internazionale. Difatti, la Libia, oltre ad essere un ex territorio coloniale italiano (il che dovrebbe comportare almeno una conoscenza più approfondita della sua storia e della sua popolazione), è lo stato che fino a pochi mesi fa sembrava essere uno dei più fidati alleati di Roma nel mondo arabo (e non solo). Inoltre, il potenziale flusso migratorio che potrebbe interessare il territorio italiano a seguito degli sconvolgimenti che stanno avendo luogo nel Maghreb, avrebbe dovuto spingere l’Italia a ricercare un ruolo di primo piano nella vicenda. Se aggiungiamo, infine, il ruolo strategico che da sempre attiene all’Italia nel teatro del Mediterraneo, la conduzione di ogni tipo di trattativa diplomatica o di operazione militare sarebbe dovuta senza alcun dubbio finire nelle mani del governo italiano.

E invece, ancora una volta l’Italia, si è ridotta (o è stata ridotta) a paese secondario, anche in una situazione così emblematica come quella libica. Sono state offerte basi militari, territorio e supporto logistico al servizio della Francia, degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Deve essere chiaro che siamo tutti dalla stessa parte, quindi ben venga qualsiasi tipo di appoggio ai nostri alleati senza perderci in chiacchiere e futili discussioni sul controllo delle operazioni a fase già avviata. Ma l’occasione persa è grande. Forse con un comando a guida italiana le operazioni si sarebbero svolte in modo diverso, più diplomatico e forse più umanitario.

È proprio questo un altro punto su cui occorrerebbe fare una riflessione. Il problema non è l’intervento umanitario in sé, ma le modalità che lo contraddistinguono operativamente sul campo. Bene quindi la risoluzione dell’ONU e la decisione di intervenire, almeno per creare continuità nel diritto internazionale e ribadire una prassi, secondo la quale ogni volta che ci sarà un rischio di oppressione per le popolazioni sarà compito della comunità internazionale intervenire, anche militarmente. Ma come fare a porre un limite ad un intervento umanitario? Si possono avere chiari gli obiettivi da attaccare e distruggere? 110 missili lanciati in una notte rientrano nella concezione di intervento umanitario o sono invece da considerarsi un intervento armato che va oltre alla tipologia per cui è stato messo in piedi? Sono domande che difficilmente troveranno una risposta ma che bisognerà considerare e valutare attentamente. Una risposta chiara, in merito, è venuta dalla Lega Araba: dopo la riunione di Parigi con l’UE in cui era stato dato l’avallo per la missione in Libia, la stessa organizzazione ha criticato l’intervento alleato, considerandolo non più in linea con  gli obiettivi precedentemente concordati.

In questo senso, i migliori propositi degli stati promotori dell’intervento (Francia in testa, seguita da Gran Bretagna e Stati Uniti) potrebbero essere fraintesi, in un momento storico in cui è assolutamente da evitare ogni tipo di soluzione che possa anche solo far immaginare un’ipotesi del genere. Ci si potrebbe legittimamente domandare se l’intervento così caldeggiato e voluto dalla Francia non serva per motivi di realpolitik interna (in vista delle future elezioni) o esterna (per riportare la Francia ad un ruolo di leader nella diplomazia mondiale). O se gli Stati Uniti non abbiano abilmente colto l’occasione di intervenire per ribadire la loro presenza nei teatri di crisi internazionali con le loro forze armate e lanciare il segnale al mondo, stavolta meno esplicito, ma che alla fine ha sempre lo stesso valore (gli Stati Uniti sono sempre presenti) e di fatto compiuto un obiettivo che si prefiggevano sin dai tempi della presidenza G. Bush.

kylibya_0312_3Bisognerebbe infine domandarsi chi sono i ribelli che si celano dietro al fronte rivoluzionario. Ben pochi elementi sono emersi a riguardo e la loro provenienza potrebbe essere delle più svariate, compresa quella – fortunatamente fino ad oggi smentita – che li potrebbe vedere coinvolti con i movimenti fondamentalisti. L’auspicio è che tale movimento, insieme a quelli nati in Egitto, Tunisia e in altri paesi arabi, sia nato spontaneamente e sia figlio semplicemente di una situazione giunta ormai al limite e che sia in Egitto che in Libia, con due regimi (sebbene di diversa natura) che duravano da moltissimi anni, i giovani arabi si siano resi conto della deprimente condizione in cui versano. Tuttavia la certezza per ora non c’è e la situazione sul fronte ribelli appare ancora poco chiara.

Realisticamente bisogna stare molto attenti e prepararsi al dopo: sarebbe stupido pensare che con la fine dei regimi si arrivi alla democrazia e ad una situazione di stabilità duratura. Non va dimenticato che la strada del fondamentalismo islamico è ancora una minaccia preoccupante in quest’area e il vuoto di potere che si verrebbe a creare diventerebbe un terreno fecondo per coltivare e allargare il bacino dell’integralismo. In Egitto, ad esempio, il movimento dei Fratelli Musulmani vanta moltissime ramificazioni e include al suo interno anime molto diverse, alcune delle quali hanno contatti con AQIM (al-Qaeda nel Maghreb Islamico). La Libia, invece, è una nazione tribale, formata da fazioni che per anni sono state in lotta fra loro. Una lotta che potrebbe riaprirsi e portare questa o quella tribù a favorire l’entrata e lo stanziamento di frange integraliste: tutto questo ora non più alle porte dell’Asia, come in Afghanistan, ma a 50 minuti di volo da Roma.

t.martelli@altreterre.net

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ROTTA SCONOSCIUTA

Posted By Paolo Guidone On 31 gennaio 2011 @ 11:43 am In Confronti | No Comments

482f730c2d3dd_zoomIl recente dramma dei 250 profughi ostaggio di trafficanti di esseri umani nel deserto del Sinai ha finalmente riacceso la luce su una questione molto importante che vede l’Europa  direttamente responsabile.

E’ infatti documentato che da alcuni anni le vie dell’immigrazione clandestina verso l’ Europa si sono spostate su altre rotte: dal passaggio privilegiato di Gibilterra e Canale di Sicilia ora muovono principalmente lungo la costa settentrionale dell’Africa avendo come meta principale Israele. Il problema è che la tratta nord africana è molto più lunga, complessa ed insidiosa di quella, già dura, del mar Mediterraneo.

Ed è proprio in questo nuovo circuito della disperazione che 250 profughi eritrei sono rimasti imprigionati in quello che sembra un inferno senza fine. Dalle testimonianze dirette raccolte da padre Moses Zeraie, direttore dell’agenzia eritrea Habeshia, e  pubblicate dalla ONG EveryOne, infatti, risulta che già 100 persone sono sparite senza lasciare tracce e che almeno 8 dei sequestrati siano stati uccisi davanti agli occhi terrorizzati dei superstiti. Stupri e violenze di ogni genere vengono reiterati più volte al giorno e scarsissime razioni di cibo ed acqua sono fornite solo ogni 2 giorni. Tutti i superstiti sono incatenati tra loro, all’interno di container semi sepolti nel deserto egiziano al confine con Israele, e tra loro ci sono 3 donne incinte ed alcuni bambini. Secondo le testimonianze raccolte da EveryOne e da alcune fonti istituzionali internazionali, sembra confermato che molti di quei 100 desaparecidos siano già stati avviati all’abominevole traffico di organi umani, presso alcune cliniche clandestine egiziane. La disperata supplica di aiuto di queste 250 persone è riuscita ad arrivare in Europa attraverso i telefoni satellitari dei sequestratori che permettono loro di contattare parenti ricchi o chiunque possa pagare per loro: il riscatto per ogni prigioniero è di 8 mila dollari; in caso contrario, è morte certa. I numeri di telefono dei sequestratori sono noti così come la loro localizzazione ma nessuno si muove.

La comunità internazionale e l’Unione Europea hanno immediatamente ufficializzato il loro sdegno per l’accaduto, ma per il momento non si riesce ad andare oltre una formale condanna e una timida  richiesta di liberazione degli ostaggi. Il motivo è che questa vicenda fa parte di un fenomeno molto più ampio e drammatico che nasce proprio dalle ultime azioni di contrasto all’immigrazione clandestina da parte dell’Europa. Dopo la chiusura – quasi ermetica – delle frontiere europee meridionali, infatti, si sono immediatamente aperti percorsi migratori alternativi che puntano ora verso Israele affidandosi a nuove organizzazioni di trafficanti particolarmente spietate. “La chiusura di una rotta comporta l’immediata apertura di un’altra, con conseguente aumento dei costi e dei profitti” ha detto l’Alto Rappresentante UNHCR Laura Boldrini. Ad oggi risulterebbero complessivamente  nelle mani dei trafficanti di esseri umani del Sahara oltre 2.000 persone per la maggior parte provenienti dal Corno d’Africa e dunque in diritto di richiedere lo status di rifugiati.

La chiusura delle frontiere dell’Europa con accordi bilaterali non ha dunque offerto alternative ai richiedenti asilo del Corno d’Africa se non quella di mettersi nelle mani di trafficanti senza scrupoli. Il traffico sarebbe gestito da bande criminali, capeggiate in gran parte dal palestinese Abu Khaled, già noto alle autorità egiziane. Questi predoni sono equipaggiati con armi pesanti sofisticate e telefoni satellitari e, grazie agli ingenti profitti incamerati col crescente traffico di esseri umani, comprano impunità e protezione politica. Accanto a questi gruppi operativi ci sono poi i cosiddetti runners, coloro cioè che aiutano i disperati in cerca di asilo politico, o più semplicemente di una vita migliore, ad attraversare il tratto finale nei tunnel clandestini che collegano Rafah a Gaza. Il traffico nord africano di esseri umani attualmente poggia infatti su due capolinea assai validi: da un lato la Libia che, dopo averli arrestati, abbandona quotidianamente i migranti nel Sahara, e dall’altro Hamas che, da Gaza, fornisce una buona base di riferimento per i campi di appoggio nel Sinai.

La complessità organizzativa e la grande disponibilità di armi e contatti politici dei trafficanti rende molto difficile l’intervento delle autorità egiziane competenti per quell’area. Essendo attualmente in vigore un trattato che impegna Egitto ed Israele a non avvicinare al confine armi pesanti e truppe scelte. Così gli unici che potrebbero intervenire sarebbero semplici poliziotti egiziani armati di pistola d’ordinanza e giubbetto antiproiettile: un sicuro suicidio. Certamente i due stati si guarderanno bene dal violare il trattato, rischiando dar vita a possibili surriscaldamenti delle loro frontiere con iniziative di contrasto al traffico di esseri umani. I predoni lo sanno bene, ed è per questo che sono soliti nascondere proprio in quella zona le loro vittime. Anche nel caso, del tutto ipotetico, in cui i profughi riuscissero a liberarsi autonomamente, sarebbero poi senz’altro arrestati dalla polizia per immigrazione clandestina e costretti nelle terrificanti carceri egiziane prima di essere rimpatriati.

Qualora invece il viaggio arrivi al capolinea, una volta entrati in Israele inoltre, i profughi continuano a correre il rischio di essere (ri)espulsi in territorio egiziano o di essere rimpatriati. Per i pochi fortunati che ottengono l’avvio delle procedure di asilo ci sono lunghissime attese nei centri-carcere di identificazione. Ad aggravare ulteriormente la situazione è che spesso molti di questi profughi sono stati precedentemente respinti dall’Europa stessa: nell’ultima vicenda, ad esempio, almeno 30 eritrei dei 250 sequestrati infatti, sembrano essere gli stessi liberati dal carcere-lager libico di Brak dopo un respingimento in mare ad opera delle motovedette italiane che non permisero alcuna forma di accoglienza e di indagine sulle richieste di protezione. Se questa notizia fosse confermata le responsabilità di Roma sarebbero pesantissime, in quanto, oltre ad aver permesso il perpetuarsi di indicibili sofferenze a quelle persone, ha negato la richiesta di asilo politico, un diritto fondamentale per coloro che provengono da uno stato in guerra.

Quest’ultima tragica vicenda è soltanto l’ultimo episodio di un fenomeno molto vasto e purtroppo poco conosciuto. Basti pensare che i migranti provenienti dall’Africa sono soltanto una parte di quelli che ogni anno scelgono l’Europa per sfuggire alla guerra o alle basse aspettative di vita dei loro paesi d’origine. Tra questi, inoltre, quelli che entrano illegalmente nei paesi UE – attraverso le famose “carrette del mare” o dopo durissimi viaggi simili a quelli dei 250 eritrei – sono una piccola minoranza. Secondo le statistiche ufficiali dei Ministeri dell’Interno italiano e spagnolo, infatti, circa l’80% dei clandestini arriva inizialmente con valido visto d’ingresso turistico o d’affari, spesso addirittura in aereo, per poi “sparire” alla scadenza del documento. Questo la dice lunga sull’utilizzo propagandistico della cosiddetta “lotta all’immigrazione” da parte di alcune formazioni politiche ma, soprattutto, fa luce sul pesante deficit d’informazione riguardante l’ambito dei diritti umani.

p.guidone@altreterre.net

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IL NEW LOOK DIPLOMATICO DI ANKARA

Posted By Agostino Sperandeo On 16 gennaio 2011 @ 3:04 pm In Politica | No Comments

newlookankaraSembra tornato di gran moda il dibattito sulla Turchia, un paese che, in ragione della sua posizione geografica, venne scelto dagli Stati Uniti nella seconda metà del XX secolo come avamposto strategico da cui proiettare gli interessi americani in Medio Oriente (e oltre). Ma sono ormai lontani i tempi della Guerra Fredda e la passività diplomatica cui i membri dei due schieramenti tacitamente si sottomettevano. Nell’attuale era delle relazioni internazionali, in cui la complessità e la rapidità di evoluzione degli scenari hanno impedito l’affermazione di un ordine globale guidato da un’unica superpotenza, si è invece assistito all’assunzione di uno schema multipolare di governance e, di conseguenza, al debutto di nuove potenze sul palcoscenico internazionale.

Anche la moderna leadership turca, interpretando i cambiamenti in atto e desiderosa di prender parte al processo di redistribuzione del potere mondiale, ha prontamente adattato la sua politica estera ai nuovi trend evolutivi tanto che la Turchia rientra ormai a pieno titolo nel circolo delle potenze emergenti. Come ha recentemente ricordato a Londra il presidente turco Abdullah Gül (in occasione del conferimento del Chatam House Prize 2010), analisti e commentatori strategici hanno iniziato ad utilizzare la formula BRIC+T per indicare l’ingresso della Turchia nel gruppo di Brasile, Russia, India e Cina.

Già dal 2002, con l’ascesa al potere dell’AKP, il partito d’ispirazione islamica del primo ministro Recep Tayyip Erdogan, la Turchia comincia a riconsiderare il suo ruolo regionale anche grazie alla spinta propulsiva di una straordinaria crescita economica. Tale volontà si rende più evidente a partire dal 2007, quando Erdogan nomina suo consigliere diplomatico Ahmet Davutoglu, ovvero l’ideatore della nuova politica estera turca. Ministro degli esteri dal maggio 2009, già professore universitario di relazioni internazionali, Davutoglu ha operato una vera e propria rivoluzione in politica estera accantonando i vecchi precetti del kemalismo (che sacrificavano i rapporti diplomatici a vantaggio del consolidamento della struttura democratica interna). Ne è derivata una maggiore assertività regionale che ha portato Ankara a considerare l’intero Medio Oriente come il suo “estero vicino”.

Uno dei principi guida della nuova politica risiede nella cosiddetta formula “zero problemi con i vicini”, una cooperative track che dovrebbe garantire sicurezza comune, interdipendenza economica e coesistenza culturale con gli stati della regione. Davutoglu, inoltre, definisce la sua politica multi-vettoriale, poichè non segue soltanto direttrici mediorientali ma si dipana anche nei Balcani, nel Caucaso, in Asia Centrale e in Africa, e multi-dimensionale, poiché basata su un utilizzo complementare e mai competitivo delle numerose partnership che tende ad instaurare. In altre parole, rafforzare i legami con Siria ed Iran non dovrebbe intaccare la relazione con Washington ed Israele. Un progetto ambizioso e di netta rottura rispetto al passato ma che Ankara porta avanti con disinvoltura, non indugiando neanche di fronte a nemici storici come Iran e Russia.

Alla radice della teoria politica del ministro turco (dettagliatamente esposta nel suo lungo volume intitolato “Profondità Strategica”) vi è la convinzione che il caos geopolitico causato dalla fine della guerra fredda e, più recentemente, la destabilizzazione dell’Iraq (da leggersi come fallimento dell’invasione americana) hanno contribuito al deterioramento della precaria sicurezza mediorientale. Evidentemente minacciata da questa situazione, la Turchia deve impegnarsi nella costruzione di un arco di stabilità che abbraccia l’intera regione, prestando fede al suo ruolo di potenza emergente. “The world expects great things from Turkey” ha ribadito Davutoglu, salito al settimo posto nella speciale classifica dei 100 Best Global Thinkers stilata ogni anno dalla rivista americana Foreign Policy.

Definita da alcuni – con una certa dose di preoccupazione – Neo-ottomanismo, la nuova politica estera turca mira, in definitiva, a guidare un processo di integrazione regionale fondato sul soft power esercitato da Ankara nei confronti paesi vicini. A rafforzare tale impostazione contribuisce – e non poco – l’importanza geo-economica della Turchia, in particolare il suo ruolo di hub per le rotte degli idrocarburi centro-asiatici, e la sua presenza nei più importanti forum internazionali: è membro non permanente del Consiglio Sicurezza ONU, membro del G-20, possiede lo status di osservatore nella Lega Araba e nell’Unione Africana e mantiene un dialogo strategico con il Consiglio Cooperazione del Golfo).

Alla lunga il dinamismo turco ha finito per allarmare la maggior parte degli addetti ai lavori.. Dal punto di vista statunitense, ad esempio, il new look di Ankara ha fatto temere uno scivolamento geopolitico verso est del tradizionale alleato islamico. “Who lost Turkey?” si sono chiesti e continuano a chiedersi analisti e commentatori riguardo alle responsabilità del presunto riposizionamento geopolitico della Turchia, dando vita ad un vivace dibattito tra Stati Uniti ed Unione Europea che va decisamente oltre lo stato reale dei rapporti tra Turchia ed Occidente. Da quel momento, sotto accusa non è più soltanto la politica estera ma anche la radicalizzazione interna operata dall’AKP, anche se – questo va ricordato – il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo sale al potere nel 2002 e il processo di islamizzazione interna, con le conseguenze che oggi in molti lamentano, è rimasto per lungo tempo ignorato.

In realtà, il cambiamento di percezione verso la Turchia avviene in coincidenza di alcuni recenti episodi. Fino al 2007, infatti, le iniziative turche rientravano ancora nell’ambito della ristretta autonomia diplomatica concessa ad Ankara e non deviavano dalle linee guida della politica mediorientale di Washington. Allora, Erdogan e Davutoglu mettevano in atto un tentativo tutto sommato innocuo di mediazione tra Siria e Israele e mantenevano un atteggiamento neutrale nella disputa israelo-palestinese, limitandosi a dimostrare la volontà di dare un contributo alla stabilizzazione della regione. Tuttavia quel contributo, non richiesto da Washington né da Tel Aviv, finì per naufragare quando Israele lanciò l’operazione Cast Lead su Gaza nel dicembre 2008.

Ad originare i timori di una Turchia “che scappa ad est”, fu forse la reazione turca all’operazione militare israeliana: con Cast Lead, infatti, Ankara vide crollare non solo la sua opera di mediazione volta alla stabilizzazione regionale ma anche il tentativo di proporsi come player essenziale della partita mediorientale. Ecco allora che, nel gennaio 2009, quando Erdogan abbandonò il Forum Mondiale di Davos scagliando un violento attacco verbale contro il presidente israeliano Peres, iniziarono a manifestarsi segnali d’irrigidimento nei rapporti turco-israeliani. Si passò così dall’esclusione dell’aviazione di Tel Aviv dall’esercitazione militare congiunta Anatolian Eagle (agosto 2009) all’incidente della Aid Flotilla e della Mavi Marmara, in cui persero la vita nove attivisti di nazionalità turca (maggio 2010) e a seguito del quale la Turchia decise il ritiro dei suoi diplomatici da Tel Aviv.

Ma il passaggio cruciale forse è un altro e si chiama Iran. A maggio del 2010, Ankara ha ospitato un vertice trilaterale tra Brasile, Iran e Turchia, che suscitato clamore nella comunità internazionale poiché tentava di risolvere l’hot issue del programma nucleare iraniano in maniera autonoma e senza la delega dei grandi (quasi uno sgarro al gruppo 5+1). Di lì a poco, il 9 giugno, la Turchia votava insieme al Brasile contro il nuovo round di sanzioni del Consiglio di Sicurezza ONU nei confronti di Teheran.

È evidente che una tale libertà di comportamento verso i due temi più delicati della politica mediorientale abbia insospettito l’opinione pubblica occidentale e abbia finito per mettere in cattiva luce la leadership turca insieme alla sua nuova politica estera: lo sconfinamento dal recinto della politica di Washington è un delitto troppo grande per passare inosservato. Tuttavia, se da una parte è vero che l’affermazione come potenza regionale passa inevitabilmente dall’assunzione di un atteggiamento meno passivo – e dunque di rottura rispetto al passato – su tematiche essenziali per l’equilibrio mediorientale come i rapporti con Israele ed Iran, dall’altra va precisato che la “profondità strategica” teorizzata da Davutoglu non si traduce necessariamente in un allontanamento dal campo occidentale.

Il dinamismo politico potrebbe, per esempio, essere letto in funzione della crescita economica. Va ricordato che lo sviluppo economico è la chiave del successo dell’AKP. Tra i paesi OCSE, la Turchia è al primo posto in termini di crescita economica, con una previsione per il 2010 di incremento del PIL pari all’8% e una diminuzione della disoccupazione del 14%. In ambito G20, la Turchia è la terza economia dietro a Cina e India. La Turchia sta crescendo e per farlo al passo dei BRICs deve valutare nuove possibilità e cercare nuovi mercati. I numerosi accordi bilaterali già siglati e l’annuncio di una zona di libero scambio con Giordania,  Libano, e Siria confermano tale ipotesi. L’Africa del Nord e il Medio Oriente rappresentano l’11% delle importazioni e ben il 27% delle esportazioni turche (primo partner commerciale nella regione è l’Iraq). Tali mercati offrono prospettive di crescita enormi e la Turchia non può ignorare i benefici pratici derivanti dagli scambi intra-regionali. Per quanto riguarda i rapporti con Teheran, l’Iran è il secondo fornitore energetico della Turchia dopo la Russia.

Dinamismo politico e cooperazione regionale a sostegno della crescita economica. È forse questo, in ultima analisi, il leitmotiv della nuova politica estera di Ankara e basterebbe a ridimensionare i timori di una nuova marcia ottomana. Dal punto di vista diplomatico, poi, permangono limiti concreti in merito all’effettiva distanza che la Turchia può prendere sia dagli Stati Uniti (e dal suo proxy israeliano) sia dal grande mercato europeo (l’UE, maggior partner commerciale, attualmente assorbe circa il 46% delle esportazioni e rappresenta l’88% degli investimenti esteri.

In definitiva, nell’atteggiamento turco non sembra esserci nulla di irreversibile. La Turchia è innanzitutto cosciente degli elevatissimi costi che il suo riposizionamento geopolitico comporterebbe e non sembra voler rinunciare al suo esclusivo ruolo di cerniera tra Europa e Medio Oriente. La Turchia dunque non sta scivolando verso est. Ha soltanto imparato a girare la testa.

a.sperandeo@altreterre.net

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CANCUN: SI PUO’ ANCORA TRATTARE SUL CLIMA?

Posted By Marianna Rapisarda On 16 dicembre 2010 @ 6:57 pm In Confronti | No Comments

cop16Il cambiamento climatico è “la sfida” che tutto il pianeta è chiamato a fronteggiare. In una sorta di lotta per la sopravvivenza, gli stati cercano di impegnarsi in accordi che possano salvare il salvabile. Nel frattempo, con i disastri naturali all’ordine del giorno, il cambiamento climatico comincia seriamente a pesare sulle spalle di un pianeta fragile, strettamente interdipendente e sovrappopolato. Le emergenze ambientali, la progressiva desertificazione, l’innalzamento del livello dei mari provocano con sempre maggiore frequenza migrazioni, conflitti e scarsità di cibo. In un quadro così strutturato non esiste categoria che non venga toccata anche marginalmente dal cambiamento climatico. Ecco perchè costituisce una sfida.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite si è impegnata, già dai primi anni ‘90, con la creazione della Convenzione per il Cambiamento Climatico, che ha come fine il progressivo rallentamento – e da ultimo l’arresto – del riscaldamento globale. Questo ambizioso obiettivo dovrebbe essere raggiunto, secondo accordi e programmi afferenti al gruppo dei “protocolli di Kyoto”, attraverso il taglio delle  emissioni dei gas serra (vapore acqueo, biossido di carbonio, ossido di  diazoto e metano), la lotta alla deforestazione, il trasferimento di fondi e tecnologie per una conversione “verde” delle produzioni industriali e dell’approvvigionamento energetico.

La questione più spinosa è costituita proprio dall’adesione a tali protocolli che prevedono misure vincolanti per gli stati firmatari. Tra gli stati che rifiutano l’adesione troviamo gli Stati Uniti, che non hanno mai voluto ratificare il trattato, e gli “stati in via di sviluppo” capeggiati dalla Cina, che non ritengono di dovere sopportare limitazioni alla crescita industriale (e dunque i sacrifici economici) richiesti, adducendo come pretesto la loro mancata partecipazione allo stato attuale delle emissioni di gas serra. L’obiettivo più importante stabilito a Kyoto era quello riassunto dalla formula del 20-20-20, cioè il taglio del 20% delle emissioni e  la sostituzione del 20% dell’approvvigionamento energetico da fonti rinnovabili entro l’anno 2020. A questo obiettivo, politicamente ambizioso e tuttavia definito tardivo ed insufficiente da climatologi ed ambientalisti, si erano fortemente opposti non solo Cina e Stati Uniti (insieme responsabili del 40% delle emissioni di gas serra totali), ma anche la maggioranza degli stati in via di sviluppo. Quest’ultimi reputano troppo oneroso il passaggio ad una economia verde ed inadeguato il sistema di misurazione delle emissioni, che non tiene conto delle emissioni prodotte dai cittadini nella loro vita quotidiana, mettendo così a raffronto modelli di vita diversamente impattanti.

Con gli stati divisi in fazioni “ambientaliste” come l’UE ed intransigenti come la Cina, in un clima esasperato dal “nulla di fatto” dello scorso vertice di Copenhagen, si è aperto il 29 novembre scorso a Cancun il summit sul clima (COP-16) il cui scopo è stato monitorare la messa in pratica delle azioni stabilite e porre in essere tutti gli aggiustamenti necessari a tagliare il traguardo del rinnovamento degli impegni di Kyoto nel 2012.

L’Unione Europea aveva già dichiarato di volere mantenere l’obiettivo del 20-20-20 e di volere creare un fondo per la lotta al cambiamento climatico. Inoltre, l’UE aveva reiterato il suo appoggio al programma REDD (per la lotta alla deforestazione e per i programmi di reimboschimento in alcune aree del centro America e dell’Africa). Chi invece aveva minacciato un clamoroso ritiro dagli impegni presi erano stati Giappone e Russia, preannunciando il ritiro dal programma di Kyoto nel 2012 in caso Cina e USA non avessero assunto a loro volta degli impegni vincolanti. La tensione è stata alla fine ridimensionata e queste nazioni, incluso il Canada, sono pervenute a più miti consigli – il tutto per merito dell’oculata e più volte lodata diplomazia del ministro ospitante Patricia Espinoza. Il vertice si è concluso il 10 dicembre dopo un inizio molto fiacco ed una negoziazione resa vivace solo dal nuovo fronte dell’Alternativa Bolivarista (Al.Ba.) e che si è fatta serrata solo nelle battute finali, ore in cui l’azione della Espinoza è stata decisiva.

Tuttavia l’accordo c’è stato. La prima delle decisioni prese a Cancun è la volontà di prolungare il protocollo di Kyoto oltre la sua scadenza naturale del 2012; inoltre il taglio delle emissioni di gas serra è stato modificato dall’iniziale 20% ad una percentuale più “in linea con la scienza”, come commentato dal portavoce di Greenpeace, cioè un numero compreso tra il 25 ed il 40%. Tali misure, se rispettate, saranno in grado di abbassare la temperatura media del nostro pianeta di circa due gradi centigradi. Infine Cina ed India, che non avevano ratificato il protocollo di Kyoto, stanno valutando la possibilità di inserire un protocollo vincolante con delle riduzioni alle emissioni di gas serra purché siano volontarie ed autodefinite.

I Paesi Al.Ba. hanno adottato una politica intransigente, appoggiando la posizione europea in materia di tagli alle emissioni, per ottenere degli impegni vincolanti da parte dei Paesi che ancora non hanno assunto tali impegni, mandando falliti gli incontri in cui l’opposizione della Cina e degli Stati Uniti si faceva pressante. Gli Al.Ba. hanno inoltre criticato fortemente i Paesi occidentali circa la dotazione finanziaria dei fondi previsti per fronteggiare il cambiamento climatico. La dura trattativa ha infine fatto registrare altri due importanti successi: la creazione di un fast start fund per sostenere i paesi in via di sviluppo con 30 miliardi di dollari all’anno (di cui 410 milioni da parte dell’Italia) che verrà incrementato dopo il 2012; e un green climate fund di 100 miliardi di dollari l’anno per lo sviluppo dell’economia verde. La gestione di questo secondo fondo spetterà alla Banca Mondiale, di concerto con altri 40 paesi partecipanti alla conferenza (25 Paesi in via di sviluppo e 15 sviluppati). Inoltre, a sostegno degli obiettivi di riforestazione e di trasferimento di tecnologia ai paesi in via di sviluppo attraverso, è stata decisa la creazione di due comitati (il Technology Executive Committee ed il Climate Technology Centre and Network) per mettere i paesi in via di sviluppo in condizione di potere ridurre a loro volta le emissioni.

Un successo? un passo avanti? Non necessariamente. Diverse critiche vengono in mente leggendo i documenti finali che sembrano importanti solo da un punto di vista politico e non per la loro reale portata. Tanto per cominciare, viene da chiedersi come i fondi stanziati verranno reperiti e come faranno gli Stati che si sono impegnati a fornire denaro a tenere fede alla parola data. Non aver previsto dei meccanismi di finanziamento per questi fondi significa lasciare ampia discrezionalità alla contribuzione dei singoli stati aderenti. Una proposta in tal senso era venuta dalle ONG ambientaliste che proponevano la creazione di una tassa sulle emissioni derivanti dal traffico navale ed aereo. Questa discrezionalità, in un contesto di crisi economica diffusa lascia ampi dubbi sull’efficacia di certe misure. Basti pensare al caso dell’Italia, incapace (e per questo più volte ripresa dall’Unione Europea) di versare il denaro che si era impegnata a stanziare in ambito comunitario per il fondo di aiuto ai paesi poveri. Riuscirà a trovare i fondi promessi per il fast start o per il green climate fund? Inoltre, il fatto che sia la Banca Mondiale a gestire il fondo, e non le Nazioni Unite stesse, potrebbe dare all’istituzione finanziaria un potere ancora maggiore rispetto ai paesi più poveri. Attualmente, infatti, la Banca Mondiale lega la concessione dei prestiti ai paesi in via di sviluppo alla capacità degli stessi di liberalizzare il mercato interno dei beni e dei servizi, includendo fra questi la gestione delle risorse idriche e dei servizi igienico-sanitari. Proprio sotto la spinta della Banca Mondiale, alcuni stati africani (gli stessi che al vertice di Cancun non hanno voluto contestare apertamente la Cina e l’India per timore di perdere gli investimenti diretti) hanno già concesso la privatizzazione delle proprie risorse idriche a beneficio di grosse multinazionali ed a completo discapito della propria popolazione. Tale politica è sempre stata oggetto di aspre critiche da parte delle Nazioni Unite che esercitano pressioni affinché la comunità internazionale riconosca l’accesso all’acqua un diritto umano fondamentale e non un mero bisogno.

Infine sembra importante sottolineare il tema portato avanti, con scopo polemico, dai rappresentanti indiani: i consumi e le emissioni di un cittadino statunitense equivalgono a circa quattro volte quelle di un cittadino indiano. Lester Brown ha spesso sostenuto che questa sfida nella sua globalità è anche la sfida più democratica che ci troviamo ad affrontare: tutti ne siamo in diversa misura responsabili e tutti possiamo in diversa misura compiere una rivoluzione. Ha senso che uno Stato si impegni a creare delle misure che incentivino uno stile di vita più sostenibile, ma è fondamentale coinvolgere in questo i singoli cittadini.

Siamo di fronte ad una materia molto complessa che rischia di essere trascurata se lasciata alla discrezionalità dei singoli stati. Secondo alcuni studiosi, se gli impegni presi a Cancun verranno rispettati dalla maggioranza degli stati, potrebbe comunque essere troppo tardi, perchè essi sembrano essere di natura e misura insufficiente. Non va dimenticato che la questione ambientale non si riduce alla questione del riscaldamento globale. Questo aspetto è certamente fra i più importanti ma come lasciare fuori il problema dello smaltimento dei rifiuti che invadono gli oceani mettendone a rischio il delicato equilibrio, o la desertificazione dovuta anche alla contaminazione delle falde acquifere ed all’irrigazione  condotta con metodi antiquati, o ancora l’inquinamento del suolo e dell’acqua?

Viene da chiedersi se a fronte di una comunità internazionale così in ritardo sulle questioni ambientali, non sia il caso di investire più tempo e più risorse nella creazione di sistemi abitativi e produttivi green e nella sensibilizzazione dei cittadini per la conduzione di uno stile di vita più sostenibile. In questo modo, la salvaguardia del pianeta riuscirebbe a portare vantaggi alle nostre economie migliorando al contempo la nostra qualità di vita.

rapisarda.ricerca@gmail.com

Marianna Rapisarda è responsabile per le tematiche ambientali e la questione idrica per l’Osservatorio Mediterraneo di Ricerca Operativa (O.Me.R.O) -  http://geopoliticalnotes.wordpress.com

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L’INFLUENZA DEL CONTESTO SUL MARKETING POLITICO

Posted By Marco Espertino On 8 dicembre 2010 @ 12:08 pm In Confronti | No Comments

vote-art1La programmazione a tavolino di una campagna elettorale vincente è il sogno di ogni uomo politico ed il marketing ha offerto a molti questa speranza. Senza dubbio, in un’epoca segnata dalla fine delle rigide appartenenze ideologiche e del radicamento dei partiti sul territorio, oltre che da un’estrema mutevolezza, la pianificazione strategica ed operativa di una campagna elettorale può assumere in certi casi un’importanza inconfutabile, in quanto «piccole differenze possono portare a grandi vantaggi» [I.J. Rein, P. Kotler, M.R. Stoller, 1997, cit. in Cattaneo e Zanetto, 2003, 3].

L’esempio attualmente più lampante è la campagna di Barack Obama, il quale, grazie ad un utilizzo mirato e massiccio dei nuovi media, ed in particolare del web 2.0, è riuscito a coinvolgere alcune categorie di cittadini (specialmente giovani) e, soprattutto, in un paese dall’astensionismo storicamente alto, a motivarli al voto [Gabardi, 2009; Vaccari, 2009]. I principi da cui ha tratto spunto sono quelli relativi al network marketing e al marketing relazionale, i cui sostenitori affermano che un politico ha successo solo se ha forte affinità con il suo elettorato, «perché è solo vivendo le stesse emozioni ed esperienze, se si partecipa alla formazione del materiale sociale con il quale l’individuo plasma le sue idee, si riesce a incidere profondamente sulle scelte» [Gerken 1994, cit. in ibidem, 80].

Il marketing politico, in teoria, ha permesso di superare la vecchia concezione di propaganda [cfr. Bobbio, Matteucci, Pasquino, 2004, 175] ideologica e unidirezionale, tipica non solo dei totalitarismi, ma anche delle democrazie bloccate dalle contrapposizioni ideologiche. Infatti, se i principi dichiarati dal marketing sono analizzare il comportamento elettorale e riconoscere il potenziale elettore per trasmettergli il messaggio opportuno, la politica risulterà potenzialmente più efficace nel dialogare con i bisogni dell’opinione pubblica. Il marketing in questo senso «cessa di essere un semplice insieme di tecniche [per l'acquisizione di consenso], per trasformarsi in una base mediante cui analizzare il complesso delle relazioni tra un’organizzazione politica come prodotto e le domande del suo mercato» [Lees-Marshment, 2001, 23]. Esso inoltre segna per sua natura un netto distacco dalla pratica del clientelismo, dal momento che privilegia un’analisi scientifica del mercato politico, rispetto alle relazioni interpersonali dell’uomo politico con vari ed eventuali gruppi di interesse.

L’attività di marketing è evidentemente agente di cambiamento e porta potenzialmente a risvolti politici. Per quanto concerne proprio la natura del sistema politico è interessante la teoria di Antonio Foglio [1999] che riprende il concetto di Michel Bongrand [1986] di «politica comunicazionale», per cui la democrazia non sarebbe il modo migliore di raggiungere la felicità (politica monista), né uno dei procedimenti proposti (politica pluralista), ma semplicemente una società di comunicazione che permette la migliore trasparenza e i migliori scambi, il mezzo per rispondere alle aspettative dell’elettorato alimentando questo dialogo e rinforzandolo. Secondo Foglio questo approccio comunicazionale della politica sarebbe precisamente quello del marketing politico, il quale, mediante un «legame intelligente», condurrebbe una gestione ottimale dell’incontro tra offerta e domanda politica, tra progetto politico ed elettore-cittadino. Proprio questo concetto tuttavia lascia qualche dubbio: messa così il marketing politico si presenta da un lato come una panacea per maniaci del controllo, dall’altro come la soluzione per favorire il ritorno di una sorta di democrazia diretta offerta dagli strumenti della modernità.

Stephan Henneberg [2004] ha contribuito a fornire una serie di linee guida in favore di una migliore contestualizzazione della disciplina in esame, trovando che la sua essenza resti opaca, dal momento che la struttura del marketing tradizionale non si inserisce perfettamente nella configurazione del marketing politico, e il focus manageriale costituisce solo un elemento della materia; anzi, esso è «ossimorico, poiché si limita a descrivere la pratica, vale a dire le attività di marketing, trascurando l’ambiente politico che fa da cornice all’applicazione del marketing alla politica» [ibidem, 13]. Una teoria politica del marketing è perciò necessaria per affrontare alcuni dei più recenti sviluppi delle post-democrazie occidentali, e «ci permetterebbe di descrivere certi fenomeni in un modo che la scienza politica non riuscirebbe a fare. Potrebbe inoltre aiutare gli attori politici a gestire e ad applicare le tecniche di marketing efficientemente ed efficacemente» [ibidem]. Questo significa che una visione d’insieme delle attività degli attori e delle strutture politiche può contribuire a comprendere le specifiche ramificazioni del management del marketing politico, tenendo conto anche delle implicazioni etiche in termini di funzionamento dei sistemi democratici, delle variabili strutturali come il sistema dei partiti, i meccanismi di voto, il paesaggio mediatico e la distribuzione del potere nella società.

L’autore inoltre specifica che la ricerca sulla disciplina dovrebbe essere compiuta guardando a sistemi interconnessi, indicando che il contesto in cui opera il marketing politico è caratterizzato da interazioni e interrelazioni di scambio (a vari gradi) di attori e strutture dipendenti, e che la sfera politica è inglobata in una società in cui influiscono altri tipi di fattori. Per questo motivo
Henneberg suggerisce che il marketing debba accettare altre discipline e i loro punti di partenza per le analisi, dal momento che gli studi di management e marketing, che nella loro essenza sono mix metodologici di altre discipline, e non dovrebbero ambire all’egemonia nello spiegare fenomeni politici, ma mostrare rilevanza attraverso le loro teorie, in un senso più ampio che rende inevitabile ai ricercatori di altre discipline di consultarli nei loro tentativi di comprensione della realtà politica.

I limiti imposti dal contesto

Il marketing fa innanzitutto marketing di se stesso, dunque tende più ad esaltare le sue doti che a evidenziare eventuali limiti. Politici e specialisti di vario genere hanno tentato e tentano tutt’ora di approssimare (segmentare) “sacche di pensiero omogeneo” nella migliore maniera possibile, con risultati che restano tuttavia difficili da stabilire in maniera inopinabile. Pur dando per scontata l’esistenza di un rapporto di causa-effetto, è al contrario tutt’altro che elementare comprendere quale causa ha provocato quell’effetto, e molti “guru” e “specialisti” hanno visto le proprie presunzioni venire tradite dalle circostanze. Nella comunicazione il problema dei problemi è l’identificazione e la misurazione dell’efficacia. Si deve riconoscere che, se anche sono stati fatti alcuni passi, siamo ancora in una situazione non del tutto soddisfacente e, come ha osservato John Zaller [1996], sebbene gli effetti della comunicazione sul voto siano non trascurabili, ci sono delle oggettive difficoltà a misurarli empiricamente perché  individui con capacità e motivazioni diverse reagiscono ai messaggi propagandistici in modo diverso. L’efficacia del marketing politico è relativa alle possibilità oggettive che offre il contesto, perciò può aiutare a raggiungere un certo risultato ma assolutamente non garantisce la vittoria.

Il candidato ad un’elezione, specialmente quando il pubblico a cui si rivolge è molto ampio, deve fare i conti con quello che Cattaneo e Zanetto [ibidem] hanno chiamato collegio atipico dei media. Coloro che operano nell’industria mediale, oltre a fornire gli spazi e i tempi per i messaggi elettorali, sono elementi attivi ed altamente influenti rispetto alla comunicazione politica, e in senso lato rispetto al processo di marketing. E’ dunque lecito affermare che i rapporti fra uomini politici e giornalisti esulano dagli aspetti manageriali e della pianificazione strategica, che si limitano ad aspetti operativi di secondo piano, a maggior ragione in un paese come l’Italia in cui gli spot elettorali sono proibiti. Sempre prendendo il caso italiano, l’influenza a cui ci si riferisce non è tanto di persuasione diretta, ma è legata ad aspetti più ampi, più sfumati e più difficilmente definibili e inquadrabili.

Un primo aspetto è la tematizzazione dell’agenda dei media (o agenda building), vale a dire l’insieme di elementi grazie ai quali il fruitore si formerà un’opinione sul dibattito pubblico ed eventualmente ne discuterà a livello interpersonale. In questo caso il piano di marketing mantiene rilevanza nel momento in cui al candidato è permesso di enfatizzare una questione e/o un suo aspetto a scapito di altri, ed anzi costituisce il vero terreno di posizionamento dei candidati.

Tuttavia il genere di questioni discusse e il livello di approfondimento delle discussioni appare arbitrario perché risponde a esigenze editoriali e redazionali non particolarmente trasparenti: ad esempio Murray Edelman [1988] punta il dito contro la logica dei media che spesso seleziona eventi e personaggi che non necessariamente interesserebbero l’audience, e decide ciò che vale la pena di riferire, accettando persone e organizzazioni come fonti di notizia, mentre certi tipi di fatti sono considerati in partenza come significativi per il grande pubblico.

Un secondo aspetto, legato alla tematizzazione, deriva dai significati, le emozioni, gli stimoli e le visioni del mondo di cui sono intrise le notizie pubblicate dai media. Tale processo, detto di incorniciamento (o framing), è relativo agli schemi narrativi utilizzati nel descrivere una questione e nel lungo termine può influenzare l’approccio del fruitore delle notizie nella comprensione delle stesse e del contesto in cui rientrano. In questo caso perciò non parleremo più di elementi da analizzare ma di strumenti cognitivi per l’analisi di tali elementi; così mentre nel caso della tematizzazione l’utente del mezzo può reputare una questione più o meno rilevante, appare più difficoltoso giudicare al di fuori degli schemi interpretativi della realtà di cui si è forniti, in quanto bisognerebbe oltrepassare quella che Noam Chomsky chiama «cornice di pensiero pensabile» [1989]. A maggior ragione quando il tentativo di condivisione di certi valori e idee politiche avviene  attraverso mezzi non dichiaratamente politici, il senso critico può non prendere tutte le precauzioni del caso perché molti messaggi possono arrivare in maniera non del tutto conscia [Corti, 2004].

In termini di marketing politico gli aspetti legati agli schemi interpretativi sono costituiti dagli orientamenti generali del candidato e del suo partito, riconducibili  essenzialmente alle loro vision mission, le quali, in teoria, forniscono gli elementi di base sia per impostare la gerarchia di preferenze relative alle questioni di interesse pubblico, sia per indicare gli orientamenti da prendere in merito a tali questioni. Si tratta di   quello che Cattaneo e Zanetto [ibidem] chiamano «cuore» del candidato, vale a dire quell’insieme di valori che fanno sì che il candidato possa proiettare sulla gestione della cosa pubblica speranze, sogni e aspettative dei cittadini. Va nondimeno detto che, a prescindere dagli orientamenti comuni di candidato, redazione giornalistica ed elettore, l’analisi di una issue da parte di quest’ultimo ad esempio attraverso il materialismo dialettico, ma anche interessi personali contingenti, non preclude affatto conclusioni contrastanti.

Quando l’incorniciamento agisce sul clima d’opinione pubblica, genera un effetto chiamato spirale del silenzio da Elisabeth Noelle-Neumann [1984], secondo la quale, nel momento in cui durante una campagna elettorale la presenza di argomenti molto omogenei all’interno di una campagna elettorale ostacola la percezione selettiva delle informazioni, il contesto delle opinioni politiche che circolano sui media (clima d’opinione) crea un quadro di riferimento per gli individui, i quali per non sentirsi isolati nella società o per paura di rappresaglie si conformano a una delle posizioni che essi percepiscono come dominanti. L’omogeneità delle posizioni presenti all’interno del dibattito è rafforzata da quei critici che non la mettono indubbio e limitano le proprie critiche alle questioni tattiche che sorgono al suo interno.

Può un piano di comunicazione generare una spirale del silenzio? E’ improbabile che in un sistema multipartitico un singolo piano riesca a imporre un clima d’opinione generale di per sé, poiché esso dipende soprattutto dalla risultante dei posizionamenti che i soggetti avversari assumono; al contrario è senz’altro più semplice (seppur non necessariamente più efficace) adattarsi al clima preesistente cercando di sfruttarne le caratteristiche a proprio vantaggio. Ad ogni modo se tale effetto ha luogo, evidentemente i piani di comunicazione tendono a non seguire i dettami del marketing relazionale, né tanto meno a mantenere il focus sull’elettore, a prescindere da prese di posizione in cui si assume  il ruolo di portavoce dell’opinione pubblica.

Un ulteriore aspetto derivante dalla tematizzazione è il modo in cui i media influenzano i nostri processi di modifica della rappresentazione della realtà sociale, i quali determinano le nostre gerarchie di salienza dei temi di interesse pubblico. Tale effetto, detto di agenda setting, deriva dall’interazione (quando non da un vero e proprio contrasto) fra l’agenda dei media, l’agenda politica e l’agenda del pubblico. Il posizionamento del candidato deve dunque da un lato adattarsi alle gerarchie di salienza riscontrate nel proprio elettorato target, cercando di far risaltare le proprie peculiarità relative ad esse, dall’altro ha l’indubbio interesse che i media seguiti dal pubblico di riferimento seguano un’agenda confacente alle proprie caratteristiche.

Le ambiguità del marketing politico

Nel momento in cui il sondaggio issue-oriented fornisce informazioni sulle preferenze dell’elettorato e orienta il discorso pubblico, a maggior ragione assumono rilevanza gli effetti dei media sull’opinione pubblica appena illustrati. Coscienti e rei confessi di questo limite, i consulenti Alberto Cattaneo e Paolo Zanetto nel loro manuale di marketing/brochure illustrativa, incitano il politico ambizioso a «lavorare assiduamente e costantemente per influenzare l’agenda e l’incorniciamento che i media impongono all’elettorato» [2003, 187]. Questa posizione mostra una certa ambiguità di fondo dell’approccio del marketing politico rispetto al modo in cui si rapporta ai concetti di democrazia e rappresentatività. Infatti se da un lato dichiara il focus sulla soddisfazione dei bisogni del cliente/elettore, dall’altro asseconda una democrazia del televoto che sembra andare avanti a slogan piuttosto che a informazione, e una comunicazione che privilegia e alimenta l’aspetto emotivo, evita l’approfondimento e si avvale di un elettorato informato in maniera superficiale; la spettacolarizzazione e la personalizzazione della politica ad esempio sembrano aver portato a curare più il modo in cui i contenuti e il posizionamento sulle issue vengono comunicati e meno le issue di per sé. Dunque l’enfatizzazione di aspetti quotidiani e “popolari”, lungi dall’essere democratico è essenzialmente populista e probabilmente ingannevole, e dare per scontato che l’elettorato decida in base al sound bite appare piuttosto comodo, poiché con la scusa che la società funziona così, si alimenta tale sistema delle cose. Tuttavia va detto che come la comunicazione semplificata non è necessariamente mistificatoria, una comunicazione politica più approfondita può comunque distorcere i fatti in maniera più raffinata e subdola: l’approfondimento non è dunque inversamente proporzionale alla mistificazione.

Questo orientamento, per certi versi cinico, nei confronti dell’elettorato, non è ad ogni modo esclusivo dei marketer, ma una moltitudine di studiosi del comportamento di voto ha sottolineato i concetti di razionalità limitata e scorciatoia cognitiva [Lazarsfeld, 1944; Converse, 1963; Zaller, 1992; Campus, 2000]. Già Walter Lippmann, forse il primo studioso dell’opinione pubblica moderna, ha maturato la considerazione che gli uomini, determinati in larga misura dall’istinto, non siano in grado di azioni politiche razionali, e partendo da questo assunto arriva ad affermare che «la democrazia nella sua forma originaria, non abbia mai seriamente affrontato il tema derivante dalla non automatica corrispondenza che gli individui hanno nella loro mente, alla realtà del mondo esterno»  [Lippmann, 1922, 31].

Allo stesso modo i sostenitori dell’elitismo competitivo, come Joseph Schumpeter [1942], sostengono che il cittadino non può realisticamente essere attivo né competente, e vede come inevitabile che le decisioni siano di fatto prese da delle élite di potere, la competizione delle quali, durante le elezioni, è l’unica forma attuabile di democrazia.

Il rischio, paventato ad esempio da Amadori [ibidem], è quello che in sostanza il marketing politico si risolva in un uso strumentale dei sondaggi di opinione e scaturisca in una «democrazia dei sondaggi», in cui lo studio dell’opinione pubblica serve a orientare i contenuti dei discorsi elettorali in modo che la proposta politica sia sintonizzata sui desideri degli elettori emersi. Questo sistema può dunque venir confuso con una democrazia più partecipativa, mentre tuttavia «dove non c’è dibattito non c’è democrazia, poiché essa non coincide con l’opinione popolare» [Amadori, 2002, 105]. Timori del genere presentano analogie anche con quelli manifestati quasi due secoli fa da Alexis de Tocqueville [1835] quando si riferiva alla dittatura della maggioranza, da lui considerata come il paradosso delle democrazie moderne.

Una delle novità presentate come più positive dell’approccio del marketing politico è quella di offrire un prodotto sempre meno indifferenziato e sempre più specifico rispetto alle esigenze esigenze di segmenti precisi di elettori: di certo l’elettorato è molto più frammentato in confronto al passato e sono aumentati individualismo e interessi particolari, tuttavia con la fine delle contrapposizioni ideologiche è aumentata anche la disillusione, e la polarizzazione delle campagne politiche rispetto a poche questioni, da un lato rende altre issue di secondo piano, dall’altro porta al disinteresse di chi si ritiene al di fuori del dibattito intorno alle questioni più pubblicizzate. A prescindere che l’indifferenziazione sia reale o meno, la percezione di essa ha effetti reali, che si ripercuotono ad esempio sul voto negativo e sull’astensionismo.

Analogamente alla già accennata campagna di Obama, quella di Sergio Cofferati per la carica di sindaco di Bologna nel 2004 è stata definita da Cristian Vaccari [2004] come postmoderna, secondo il quale egli è riuscito, anche grazie ad un ampio uso di assemblee pubbliche e di manifestazioni culturali, a costruirsi l’immagine di non di uomo che si dedica a coreografici e plebiscitari bagni di folla, come il suo avversario Guazzaloca, ma di colui che, facendo di fatto ricorso al marketing relazionale, si siede al tavolo con i cittadini per discutere i loro problemi e cercare di trovarvi una soluzione. Tuttavia non si può davvero sapere se Cofferati sia stato eletto per questo tipo di campagna o comunque quanto ciò abbia contribuito alla sua elezione rispetto ad altre concause, e soprattutto il limite del marketing relazionale che appare più evidente è che, almeno per ora, l’interattività fra candidato ed elettore permane durante il periodo elettorale, e, specialmente nel caso di candidature importanti, si fa molto più flebile nel periodo di governo. Parafrasando Gaetano Mosca [1896], la causa alla radice di questo limite risiede nella struttura del sistema rappresentativo, in quanto non è l’elettorato a scegliere i suoi rappresentanti ma sono questi che si fanno scegliere dall’elettorato.

Un’ulteriore barriera non trascurabile sono i costi che il candidato e il suo partito devono sostenere per potersi permettere adeguati strumenti di marketing. Questo si può notare non solo in un Paese in cui il presidente del consiglio è anche tra i suoi uomini più ricchi, ma anche nel verificare i costi delle campagne elettorali negli Stati Uniti, specialmente nell’ultima. Il banale sillogismo quindi ci porta a vedere che per utilizzare le moderne tecniche di marketing il candidato fa largo ricorso ai finanziamenti di gruppi di pressione ristretti, portando al paradossale focus sull’elettore e al rapporto con esso di reciprocità, finanziato da potenti lobby private.

Il marketing politico così si presenta  non come espressione del sistema democratico ma, prendendo spunto da Colin Crouch [2004], come espressione della post-democrazia, quel sistema in cui secondo il politologo inglese si starebbe affermando una democrazia sempre più formale (caratterizzata soprattutto dalle elezioni, che però sono dominate ed orientate dai poteri forti) definito “liberale” (nel senso che deve evitare di interferire con l’economia), dove la possibilità di partecipare delle masse è sempre più ridotta. Oltretutto il fatto in sé che il partito politico abbia preso in prestito un approccio tipicamente aziendale come quello del marketing, fa riflettere sulla dimensione pratica e simbolica che l’azienda come istituzione ha assunto negli ultimi anni. Lo stesso Crouch ha affermato che l’azienda è divenuta il modello istituzionale anche per il settore pubblico poiché si è avviata la ristrutturazione degli enti pubblici per renderli più attraenti ai finanziatori privati, mentre l’esternalizzazione da parte dei governi alle imprese di un ingente ambito delle loro attività si traduce in un rapporto più stretto fra potere economico e organi pubblici. L’azienda al giorno d’oggi si presenterebbe come fantasma, dai tratti leggerissimi che ne mutano di frequente l’identità stessa. Tale leggerezza sarebbe però solo apparente e l’azienda non sarebbe affatto un’istituzione debole, sintomo della dissoluzione del capitale e del superamento della divisione in classi. Al contrario, questa «capacità di decostruzione è la forma più estrema assunta dal predominio dell’azienda nella società contemporanea» [Crouch, 2004, 49].

marco.espertino@gmail.com

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VALUTE E CRESCITA: UNO SGUARDO AL FUTURO

Posted By Tommaso Martelli On 15 novembre 2010 @ 3:06 pm In Economia | No Comments

bank-of-china-dollar-yuanGli avvenimenti degli ultimi anni, come la crisi finanziaria del 2007 e quella della Grecia del 2009, hanno generato accesi dibattiti tra gli economisti (e non solo), hanno posto dubbi sul sistema economico e finanziario globale e hanno accelerato il processo di riforme e cambiamenti.

Il dato evidente è che il sistema non ha retto e pertanto necessita di modifiche e soluzioni sia sotto un punto di vista del controllo valutario, sia sotto un punto di vista più strettamente economico. Il regime vigente prima della crisi aveva due importanti anomalie: un paese emergente come la Cina che risparmiava eccessivamente ed un paese avanzato come gli Stati Uniti che risparmiavano troppo poco. Senza scendere nei particolari, questo meccanismo va contro le regole economiche generali secondo cui un paese emergente, che vuole svilupparsi e progredire tecnologicamente per attrarre nuovi capitali e ridurre il divario con i paesi avanzati, dovrebbe spendere più di un paese in uno stato economico ed industriale “maturo”.

Questa è una delle spiegazioni per cui il deficit di bilancio di molti paesi avanzati è cresciuto di molto negli ultimi anni: consumando tanto, gli stati si indebitano. Al contrario, l’eccesso di risparmio di molti paesi in via di sviluppo, primo fra tutti la Cina, rallentava la crescita economica mondiale.

Nello scenario post-crisi è presumibile che tali anomalie vengano risolte, vedendo gli Stati Uniti aumentare il risparmio e generare un surplus (anche in vista dell’aumento della popolazione inattiva e del relativo incremento delle spese sociali) e la Cina diminuire il suo avanzo in ragione di una maggiore spesa.

Un ruolo importante per la crescita economica mondiale sarà giocato dalla domanda interna dei paesi emergenti, primi fra tutti India, Cina e Brasile.

Dal momento che il settore reale è strettamente connesso con quello monetario, le ripercussioni di una crescita della domanda interna dei paesi emergenti vedranno i loro effetti sui mercati valutari.

Anche qui le crisi a cui abbiamo accennato hanno generato (o sono state semplicemente la conseguenza di) distorsioni delle politiche monetarie.

Il sistema monetario internazionale sta vivendo una fase transitoria: il dollaro è (e resterà) ancora la valuta di riserva internazionale, siamo nella cosiddetta fase di Bretton Woods 2 (in cui giocano un ruolo importante le valute di alcuni paesi emergenti, soprattutto Cina, che sono ancorate al dollaro attraverso un accordo informale), l’idea di costituire una valuta di riserva globale sembra essere di difficile attuazione al momento (andrebbe creata una banca centrale mondiale).

YuanSe aggiungiamo la “guerra valutaria” tra Yuan e Dollaro, la crescente presenza dell’Euro e di altre valute di paesi emergenti, lo scenario monetario globale risulta abbastanza complicato e privo di una coordinazione generale che dia stabilità al sistema di cambi e che permetta di evitare possibili operazioni speculative, specie a danno dei paesi che si trovano in difficoltà.

Date queste premesse, sarebbe necessaria la predisposizione di un chiaro meccanismo multilaterale di coordinamento delle fluttuazioni tra le principali valute. Il G20 potrebbe essere un interessante sede per tale tipo di attività di coordinamento, anche se, come suggeriscono alcuni importanti economisti, una migliore alternativa potrebbe essere quella per cui i paesi delle principali valute formino una sorta di accordo per controllare e coordinare le fluttuazioni valutarie. Bretton Woods 3 dovrebbe pertanto creare un sistema di cambi ancora più flessibile rispetto a quello presente, attraverso il quale si possano evitare tensioni, incertezze e distorsioni derivanti dalle differenti situazioni esistenti nelle economie dei nostri giorni.

Si pensi, ad esempio, alla costante sottovalutazione dello Yuan da parte delle autorità cinesi e alla recente mossa della Federal Reserve che ha annunciato un piano di acquisti di titoli di stato per 600 miliardi di dollari: entrambe le iniziative – prese dai due principali attori economici mondiali – potrebbero aggravare gli effetti della crisi globale.

In definitiva, occorre un sistema in cui i comportamenti opportunistici di alcuni paesi vengano contrastati e scoraggiati.

t.martelli@altreterre.net

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PATTI (POCO) CHIARI

Posted By Agostino Sperandeo On 27 ottobre 2010 @ 12:53 am In Economia | No Comments

vanrompuyL’accordo è stato raggiunto. Il nuovo Patto di Stabilità europeo ha iniziato a prendere forma dopo il vertice dei 27 ministri finanziari UE convocato a Lussemburgo lo scorso 18 ottobre. Anche se il documento approvato non è nient’altro che un rapporto per il Consiglio europeo del 28-29 ottobre ed il nuovo Patto verrà definito dopo un complesso iter (che si concluderà nella migliore delle ipotesi per l’estate 2011), sembra sia stato mosso un passo cruciale. L’entità e la natura delle proposte sono sufficienti per esprimere un primo giudizio. In molti lo hanno già fatto avanzando aspre critiche. Tra questi, una presenza che non può certo passare inosservata è quella del presidente della Banca Centrale Europea, Jean-Claude Trichet.

Accogliendo in larga parte il risultato dell’incontro di Deauville tra la Merkel e Sarkozy, il vertice dei ministri dell’economia ha bypassato le proposte della Commissione che chiedeva l’applicabilità automatica delle sanzioni nei confronti dei paesi che non rispettano la disciplina di bilancio e si è orientato verso una minore severità delle nuove regole. Sarà, infatti, il Consiglio UE – con un voto a maggioranza qualificata – ad indicare una lista di paesi nei confronti dei quali potrebbero rendersi applicabili le sanzioni. Trascorsi sei mesi dal voto, le sanzioni scatterebbero automaticamente per quei paesi ancora in eccesso di deficit (i ben noti parametri di Maastricht fissano al 3% il rapporto tra deficit pubblico e PIL e al 60% quello tra debito pubblico e PIL).

La scelta finale accontenta la Francia che, sostenuta da Spagna e Italia, era contraria a meccanismi rigidi e automatici, applicabili senza una previa deliberazione di tipo politico. Da parte sua, la Germania, sostenitrice di un maggiore politica di rigore, ottiene una contropartita considerevole: la cosiddetta “fase due” dell’accordo prevede infatti la revisione dei Trattati UE entro il 2013, con l’attribuzione di potere più ampi al Consiglio e nuove procedure per l’applicazione delle sanzioni che arriverebbero fino alla sospensione del diritto di voto per gli Stati riconosciuti recidivi in materia di bilancio. In altre parole, la Germania progetta la creazione un meccanismo di salvaguardia, un fondo di salvataggio permanente, da attivare alla scadenza di quello attuale (ESFS – European Financial Stability Facility), della durata di 3 anni, varato lo scorso maggio per far fronte all’emergenza greca.

Decisamente preoccupata dell’efficacia delle nuove regole, la BCE si è nettamente opposta alle conclusioni adottate dal vertice dei ministri finanziari, dichiarandosi a favore di sanzioni obbligatorie ed automatiche per gli Stati in violazione dei parametri del Patto. Il presidente Trichet ha ufficialmente preso le distanze dalla task force Van Rompuy e ha inoltre dichiarato che l’eccessiva flessibilità delle regole potrebbe non scongiurare affatto il ripetersi di crisi come quella greca. Alle critiche di Trichet si sono unite quelle di Olli Rehn, commissario europeo agli affari economici, e di Jean-Claude Juncker, presidente dell’Eurogruppo. Anche il tedesco Regling, a capo del ESFS, si è detto favorevole a sanzioni automatiche e ha auspicato che parte delle proposte della Commissione vengano riprese.

jeanclaudetrichetL’aspetto interessante della vicenda sembra essere proprio la distanza che separa la posizione del Consiglio e dei  Ministri finanziari (che approvano l’intesa Sarkozy/Merkel) da una parte e le istanze dei vertici economici dell’UE (inclini ad accogliere le proposte della Commissione) dall’altra. Una tensione istituzionale che non mancherà di influenzare il processo di revisione del Patto. Ma il dato più preoccupante è che, a prescindere dai risultati finali e dagli equilibri tra gli organi comunitari, non si intravedono all’orizzonte misure a sostegno della crescita. Non sembra sia stato fatto cenno al problema degli evidenti e persistenti squilibri tra i paesi dell’Eurozona, un elemento che può influire sulle capacità di crescita dell’economia europea. Non sarà certamente Berlino a muovere il primo passo in questa direzione, visto che l’economia tedesca è una delle poche in Europa a registrare un avanzo della bilancia commerciale (anche se il dato dell’ultima rilevazione relativa al mese di agosto è stato sensibilmente inferiore alle previsioni). Come purtroppo ci insegna il fallimento della Strategia di Lisbona, il coordinamento delle politiche economiche nazionali rimane un capitolo molto difficile da affrontare nell’Unione.

A questo punto, una nota (forse astratta) sul comportamento delle istituzioni comunitarie – e internazionali – va fatta: non può passare inosservato, infatti, il perdurare di una chiara divergenza tra gli obiettivi perseguiti (o almeno ufficialmente dichiarati) e gli interventi adottati. Ad esempio, nonostante la mancanza di regolamentazione dei mercati finanziari e la conseguente spregiudicatezza degli operatori sia stata invocata, da più parti, come la causa principale della crisi internazionale (lo ha ribadito Tremonti al termine del vertice dichiarando che “la crisi non è nata dai debiti pubblici ma dalla finanza privata”), nessun tipo di provvedimento è ancora stato preso a riguardo. Ma il paradosso è che gli Stati stessi – rispetto al debito pubblico – non riescano ad abbandonare atteggiamenti ambigui, chiedendo flessibilità, scarsa severità delle regole e derogabilità delle stesse. Peggio ancora, essi non propongono politiche di lungo periodo e rimandano interventi di tipo strutturale. Adottando atteggiamenti simili a quelli degli attori non statali, gli Stati finiscono pertanto per rientrare a pieno titolo nella fila dei cattivi attori economici. Qualcuno dovrebbe iniziare ad imputare loro la responsabilità, se non delle cause, almeno del perdurare della crisi.

Neanche l’Unione Europea, in quanto attore macro-economico, sembra sforzarsi di assumere atteggiamenti diversi: mantiene a stento il coordinamento delle politiche di bilancio (lasciando scorciatoie aperte per sottrarsi alle sanzioni) e non si preoccupa di assicurare le basi per la crescita economica. Nella recente vicenda del Patto di Stabilità, con molta probabilità, la tensione istituzionale tra i vertici politici dell’Unione (ancora una volta tristemente riducibili all’asse franco-tedesco) e quelli economico-finanziari, BCE in testa, si risolverà a favore dei primi. In quel caso, l’UE non registrerà semplicemente una battuta d’arresto in tema di coordinamento delle politiche di bilancio ma ammetterà anche l’inadeguatezza della sua governance economica.

a.sperandeo@altreterre.net

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LA TURCHIA AL BIVIO

Posted By Giuseppe Scarpa On 1 agosto 2010 @ 2:58 am In Politica, Uncategorized | No Comments

islam lightLo scorso 28 giugno la Turchia ha chiuso il proprio spazio aereo ai voli militari e civili israeliani, minacciando una rottura completa dei rapporti diplomatici qualora Israele non si fosse impegnato a presentare scuse ufficiali per l’uccisione di 9 attivisti turchi che, lo scorso 31 maggio, navigavano alla volta di Gaza a bordo della nave Mavi Marmara. L’operazione militare, condotta in piene acque internazionali e dunque proibita dal diritto internazionale, ha scatenato una tempesta nelle relazioni fra Ankara e Gerusalemme, i cui segni premonitori erano in realtà visibili da parecchi mesi.

Fin dal 1996,  quando i vertici dell’esercito turco, laici e anti-islamici siglarono un accordo militare con Israele bypassando le istituzioni civili e il Parlamento stesso, Ankara è stata per anni il più importante alleato di Gerusalemme in Medioriente. Appena un anno, fa il Parlamento turco approvava una legge che prevedeva l’impiego di personale  israeliano per sminare il confine fra Siria e Turchia (legge poi sospesa dalla Corte Suprema perchè giudicata incostituzionale). Eppure già a Davos nel gennaio del 2009, quando Erdogan dedicò il proprio discorso alle sofferenze dei palestinesi e denunciò pubblicamente il suo collega israeliano Peres, accusandolo di “avere la coscienza sporca”, per molti fu chiaro che quell’alleanza strategica era ormai il paradossale retaggio di un passato non lontano in cui erano stati i vertici militari a dettare le linee guida della politica estera turca.

I rapporti fra l’esercito e il governo di Ankara, infatti, non sono mai stati idilliaci. Basti pensare che negli ultimi 50 anni si sono susseguiti tre colpi di stato a cui hanno fatto seguito brevi governi militari. Nel tempo, si è però creato un equilibrio fra le due istituzioni che – anche se paradossale per una democrazia – ha regalato alla Turchia quel processo di sviluppo economico e sociale, che le consente oggi di essere ad un passo dall’ingresso nell’Unione Europea. Nonostante gli squilibri generati da una democrazia imposta dall’alto e una secolarizzazione del paese ancora non del tutto accettata negli ambienti religiosi più radicali, questo tacito accordo, che vede l’esercito come difensore in ultima istanza della laicità dello Stato, ha consentito decenni di sostanziale stabilità politica e un processo costante di modernizzazione del paese e delle istituzioni, favorito anche da un dialogo proficuo con la CEE prima e l’Unione Europea dopo.

L’ avvento al potere di Recep Tayyip Erdogan nel 2004 ha però messo in discussione tali equilibri , dal momento che il primo ministro si è mostrato determinato nel costruire intorno a se un potere personale senza precedenti e a chiudere definitivamente la partita con l’esercito.

erdoganDurante il suo secondo mandato, iniziato nel 2007, sicuro del 47% dei voti degli elettori che gli consentono  di controllare il 62% dei seggi in Parlamento,  Erdogan ha abilmente cavalcato l’onda dello scandalo “Ergenekon” per screditare i vertici dell’esercito e del CHP (Partito Repubblicano del Popolo),  principale partito d’opposizione. Accusati di complottare un colpo di stato, militari e opposizione hanno subito procedimenti giudiziari che si sono risolti in diverse condanne. Il piano prevedeva la destabilizzazione del paese attraverso una serie di attentati dinamitardi ed un incidente militare con la Grecia. In realtà ancora oggi l’opinione pubblica turca appare divisa riguardo allo svolgimento dei fatti. Pur essendo difficile negare il coinvolgimento dell’esercito, appare evidente la mano di Erdogan nell’ingigantire l’accaduto e “indirizzare” magistratura e opinione pubblica, potendo contare sul controllo di gran parte della stampa e della rete televisiva nazionale (TRT).

Erdogan, che nel 1998 fu arrestato per incitamento all’odio religioso e che non ha mai nascosto l’ambizione di islamizzare la laica Turchia, ha lanciato una campagna interna di “sensibilizzazione”  nei confronti dell’Islam. Esempio ne è stata la proposta di riformare la costituzione kemalista per consentire l’uso (oggi proibito) del velo nelle università, una proposta che ha scatenato un’ondata di manifestazioni studentesche nel febbraio del 2008  e che hanno indotto il primo ministro a tornare sui suoi passi.

Sono le nuove generazioni, abituate ad una qualità della vita nelle principali città turche non dissimile da quella delle capitali europee, ad aver ereditato il ruolo di guardiani della laicità dello Stato. Erdogan può tuttavia contare su un bacino elettorale importante nelle aree rurali e suburbane del paese – dove ancora oggi alle donne viene spesso negata l’istruzione superiore e l’accesso ad internet è molto limitato – che gli consente una relativa tranquillità nelle scelte di governo. Proprio rispetto ad Israele, Erdogan si è spinto fino al punto di esacerbare i rapporti con Gerusalemme, non volendo rinunciare ad una posizione di sostanziale allineamento  con Hamas a proposito della questione palestinese.

ahmet-davutogluI principali cambiamenti, infatti, hanno proprio riguardato la politica estera, soprattutto dopo la svolta impressa da Ahmet Davutoglu: ad un anno dall’insediamento del nuovo ministro degli esteri, l’immagine che emerge della Turchia è quella di uno Stato che ribadisce la propria autonomia decisionale rispetto a Washinghton e Bruxelles e che rafforza i legami con Stati in passato definiti “canaglia”, come L’Iran e la Siria, e con gruppi islamici fondamentalisti, a cominciare da Hamas.

La politica, definita da più parti “neo-ottomana”, di Davutoglu è finalizzata a migliorare i rapporti con i paesi confinanti con l’obiettivo di garantire la sicurezza e la crescita economica, nell’ambito di una dinamica di integrazione regionale alternativa alla membership europea. Resta tuttavia difficile stabilire in che misura la politica estera di Ankara sia dettata da ragioni ideologiche e quanto dalla sua ambizione di diventare la principale potenza regionale in Medioriente.

Nonostante sia impegnata nell’ambizioso tentativo di emulare l’antenato ottomano, la Turchia di oggi è ad un bivio tra l’essere una grande potenza e diventare uno stato fallito dilaniato dalla guerra civile e dal terrorismo separatista curdo, nel cui  futuro appare sempre più rilevante il ruolo giocato da Bruxelles. Soltanto la piena integrazione di Ankara nella UE, e ciò lo ha ben capito Obama, potrà farla desistere dal guardare ad Est abbandonando l’Occidente e mettendo in discussione persino il suo tradizionale ruolo in ambito Nato. Un maggior coinvolgimento in sede internazionale e un processo di responsabilizzazione, che passa attraverso il riconoscimento del suo status regionale, potranno forse trasformare un alleato riottoso in una testa di ponte della UE in Medioriente con grandi vantaggi reciproci.

Sul fronte interno, fa ben sperare in vista delle prossime elezioni amministrative del 2012 il cambio al vertice nel CHP, dove il vecchio e screditato Deniz Baykal è stato rilevato dal più giovane e dinamico Kemal Kılıçdaroğlu. Sarà interessante vedere anche come si muoverà l’elettorato curdo e il neonato BDP (Peace and Democracy Party), dopo che la Corte Costituzionale, con il pieno appoggio del governo, ha provveduto a sciogliere il principale partito curdo DTP, giudicato incostituzionale per i suoi presunti legami con l’organizzazione terroristica PKK  e se il partito nazionalista MHP proseguirà nel suo trend crescente (14% di voti nel 2007).

Fanno intanto discutere le dichiarazioni di Erdogan che si è detto disposto a rimborsare con denaro pubblico (circa 3 milioni $) la IHH, Ong turca vicina ad Hamas e organizzatrice della “spedizione navale” che lo scorso maggio avrebbe dovuto rompere il blocco navale nelle acque della striscia di Gaza. La retorica populista di Erdogan continua a fare leva sull’orgoglio di un paese ferito dal diniego e dalla scarsa considerazione mostrata da parte della politica europea ed americana. Si pensi, ad esempio, all’ inopportunità della risoluzione del Congresso americano, che definisce ufficialmente genocidio il massacro perpretato a danno degli armeni nel 1915, in un momento in cui sia Ankara che Yerevan  stanno compiendo sforzi enormi per normalizzare i propri rapporti).

La frattura fra la Turchia e il mondo occidentale non appare ancora del tutto insanabile. Le conseguenze di lungo termine di questa difficile fase che stanno vivendo i rapporti fra le due sponde del Mediterraneo saranno chiare solo fra qualche anno, quando un eventuale cambio al vertice ad Ankara e una riformulazione della politica europea verso la Turchia faranno forse apparire questa empasse  come un semplice incidente di percorso nell’ormai sessantennale percorso di integrazione della Turchia in Europa.

g.scarpa@altreterre.net

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